Il contesto politico-economico della ricostruzione siriana.

Una prospettiva alla luce dell’eredità dello sviluppo diseguale

Titolo originale: The political economic context of Syria’s reconstruction: a prospective in
light of a legacy of unequal development
Autore: Joseph Daher
Traduzione a cura di Francesca Scalinci e Piero Maestri

Sintesi

In Siria l’implementazione accelerata di politiche neoliberiste nel decennio successivo l’ascesa al potere di Bashar Al Assad nel 2000 ha favorito l’alta borghesia siriana e gli investitori stranieri, provenienti soprattutto dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia, a discapito della stragrande maggioranza dei siriani, che sono stati colpiti dall’inflazione e dall’aumento del costo della vita.

Da allora l’economia siriana è stata trasformata dalla vasta distruzione e dalla frammentazione territoriale connessa alla perdita di sovranità statale in alcune aree del paese. Tale frammentazione ha portato alla creazione di “economie di guerra multiple” nelle cui dinamiche sono stati coinvolti vari attori locali e stranieri. A mano a mano che diminuisce l’intensità della guerra, una nuova trasformazione economica nel contesto della ricostruzione sarà probabilmente la strada attraverso cui il regime e capitalisti vicini a quest’ultimo consolideranno il loro potere politico ed economico, così come il dominio sulla società siriana. Allo stesso tempo affideranno agli alleati stranieri una fetta del mercato per ricompensarli del supporto.

In quest’ottica, il piano di ricostruzione del governo siriano, che rimane sottosviluppato, rafforzerà il carattere patrimoniale e dispotico del regime e della sua rete, e verrà utilizzato come mezzo per punire e disciplinare la popolazione ribelle. Allo stesso tempo, il processo di ricostruzione obbligherà il regime di Damasco ad affrontare una serie di contraddizioni e sfide che possono essere tradotte in opportunità per gli attori locali ed esterni.

Introduzione

Quando ha cominciato ad accumulare vittorie militari e a riprendere territori con l’assistenza dei suoi alleati stranieri, il regime di Assad ha cominciato a parlare della questione ricostruzione. Mentre la cornice della ricostruzione risale addirittura al Decreto 66 del 2012 e la ricostruzione di alcuni servizi e infrastrutture è già avvenuta in alcuni luoghi strategici, il dibattito su questo tema è diventato più serio all’inizio del 2017, a seguito della rioccupazione di Aleppo. Allo stesso tempo, diverse negoziazioni diplomatiche sulla scena internazionale hanno cercato di avallare processi che hanno supportato la sopravvivenza del regime di Damasco e delle sue strutture. Molti stati internazionali e regionali hanno ora accettato che il regime guidato da Assad rimanga al potere.

Sebbene la guerra non sia finita, la questione della ricostruzione è diventata onnipresente nei dibattiti sulla Siria, sia all’interno dei circoli diplomatici e delle politiche occidentali che nelle narrative del regime siriano e dei suoi alleati 2. A metà del 2018 si stimava che i costi della ricostruzione fossero compresi tra i 350 e i 400 miliardi di dollari 3, cifre che potrebbero stuzzicare l’appetito di attori nazionali e stranieri.

Questa ricerca si propone innanzitutto di approfondire la comprensione e l’analisi intorno alle dinamiche della ricostruzione. Seguendo questo approccio, è importante in primis rivedere le politiche economiche siriane nel decennio precedente la rivolta, le quali hanno considerevolmente arricchito un piccolo gruppo di uomini d’affari affiliati al regime accrescendo, allo stesso tempo, le ineguaglianze sociali e impoverendo larghi settori della società. La realtà socio-economica prebellica della società siriana, in particolare le sue disuguaglianze, è fondamentale per comprendere le attuali dinamiche della ricostruzione.

Il presente articolo esamina quindi come la guerra abbia trasformato l’economia politica della Siria, prendendo in considerazione come la distruzione fisica causata dalla guerra abbia influenzato la struttura economica del paese. In questa sezione vengono analizzate l’economia della guerra e le sue caratteristiche con enfasi specifica sui capitalisti clientelari, le regolamentazioni e le leggi implementate da poco, così come i passi intrapresi per ricompensare gli alleati del regime.

Infine, l’articolo prende in considerazione possibili scenari e prospettive sulla base delle attuali dinamiche del conflitto per considerare nuove linee di ricerca connesse all’argomento dell’economia di guerra e del processo di ricostruzione. Proprio come la guerra e la distruzione da essa causate sono state utilizzate dal regime per intensificare politiche neoliberiste e assicurarsi ulteriore potere politico, il modo in cui verrà gestita la ricostruzione rappresenta un’ulteriore opportunità per coloro che sono al potere di estendere il proprio dominio politico ed economico sulla Siria.

1.     L’economia siriana sotto Bashar Al Assad prima del 2011

Il decennio successivo all’arrivo al potere di Bashar Al Assad e la successiva liberalizzazione accelerata dell’economia è stato segnato da un contesto politico-regionale instabile. Questo comprende prima di tutto la guerra e l’occupazione dell’Iraq nel 2003 ad opera di Stati Uniti e Regno Unito, con il conseguente rovesciarsi in Siria di 1/1,5 milioni di profughi, e il ritiro militare della Siria dal Libano nel 2005. Allo stesso tempo la Siria ha dovuto affrontare urapido incremento demografico4, il declino della produzione del petrolio5 e un grave periodo di siccità tra il 2007 e il 2009.

L’impatto strutturale delle politiche neoliberiste: il declino della produzione e la crescita dell’informalità

Molti studiosi sostengono che la diffusa marginalizzazione economica e le intense lamentele socio-economiche abbiano eroso la base politica del regime siriano e costituito una delle cause più importanti dell’esplosione delle rivolte in Siria6. Più ampiamente, le proteste del 2011 hanno radice nelle specifiche modalità di produzione capitalistica in Medio Oriente e Nordafrica. Dietro l’apparenza di performance macroeconomiche decenti, i paesi del MENA hanno sofferto e continuano a soffrire di sintomi nascosti le cui cause risalgono a decenni fa. Ciò include lo sviluppo e l’espansione di particolari settori economici, soprattutto nei servizi, e il contemporaneo declino dei settori produttivi, bassissimi livelli di disoccupazione associati ad altissimi livelli di migrazioni di alto livello, meglio conosciute come fuga di cervelli, modalità di gestire le risorse (comprese quelle non naturali) da “stato rendita” e corruzione sotto forma di oligarchia basata su clan che talvolta include le elite militari7.

Nel decennio successivo l’ascesa al potere di Bashar Al Assad nel 2000, la Siria ha conosciuto un’accelerata implementazione di politiche neoliberiste8. Questo processo è stato soprattutto caratterizzato da un’estensiva privatizzazione, dalla liberalizzazione e dall’abolizione delle sovvenzioni su molti prodotti e servizi. Questo processo non è stato assoluto dal momento che lo stato siriano ha continuato a giocare un ruolo diretto e significativo nell’economia, arruolando un grande numero di siriani; in questo periodo, inoltre, lo stato non ha venduto importanti utili statali se non alcuni plotti di terra vicino al fiume Eufrate.

Le politiche di liberalizzazione e privatizzazione hanno anche rappresentato uno strumento con cui il nuovo governo ha consolidato il proprio potere. A differenza di suo padre, Bashar ha permesso alla Banca Mondiale e al FMI di intervenire nel processo di liberalizzazione finanziaria. Nel 2005, alla decima conferenza regionale del Partito Baath è stata adottata una nuova strategia economica chiamata “economia sociale di mercato”. In altre parole il settore privato, più che lo stato, sarebbe diventato partner e leader nel processo di sviluppo economico e nel creare occupazione.910 Lo scopo era quello di incoraggiare l’accumulo privato principalmente attraverso la mercatizzazione dell’economia mentre lo stato si ritirava dal fornire servizi in aree chiave dello stato sociale, aggravando problemi socio-economici già esistenti. In questo processo di liberalizzazione dell’economia tra il 2000 e il 2010 sono state implementate 1000 nuove leggi e decreti.11

Accanto all’aumento della liberalizzazione e della privatizzazione, c’è stato l’aumento del lavoro informale. Il decimo piano quinquennale del governo siriano del 2005 prevedeva un aumento della porzione di lavoro vulnerabile a partire dalla fine degli anni ’80 e includeva il lavoro autonomo, il lavoro di contributo alla famiglia e l’impiego in settori informali. Il piano del 2005 stimava che il lavoro informale contribuiva per il 30 percento al lavoro totale e rappresentava il 30-40% del PIL. Nel 2003/04 il settore informale dava lavoro al 48% dei poveri nelle aree rurali e al 31% nelle aree urbane. Particolarmente degno di nota è il fatto che più della metà dei lavoratori del settore informale avevano meno di 30 anni, cosa che denotava la diminuzione di opportunità economiche per i giovani siriani durante il periodo della liberalizzazione12.

Nel decennio precedente le rivolte, l’arrivo di investimenti ha dato luogo a un vero e proprio boom nel commercio, nell’edilizia, nel sistema bancario, nelle costruzioni e nel turismo13. Negli anni 2000, solo il 13% di tutti gli investimenti stranieri e nazionali è stato dirottato nei settori manifatturieri14. All’inizio della guerra, nel 2011, industria e settore minerario rappresentavano il 25% del PIL, ma la produzione manifatturiera contribuiva solo per il 4% 15, I settori produttivi parte dell’economia16 sono scesi dal 48% del PIL nel 1992 al 41% nel 201017; mentre calava la produzione, la percentuale delle paghe provenienti dalle entrate nazionali, se paragonati a profitti e rendite, è diminuita in termini assoluti dal 41% nel 2004 a meno del 33% nel 2008-2009. Ciò significa che profitti e rendite occupavano più del 67% del PIL18. La parte dei servizi è cresciuta, in valore aggiunto, dal 41,9% nel 2000 al 55,5 & nel 2008. Questo settore rappresentava l’84% della crescita registrata in questo periodo19. La crescita economica era dunque sempre più legata alla rendita e dipendeva dagli introiti delle esportazioni del petrolio, dalle rendita geopolitica20 e dall’afflusso di capitale, comprese le rimesse che, nel 2008, rappresentavano il 3% del PIL.

Cambiamenti nella distribuzione sociale della ricchezza e della povertà: vincitori e perdenti

Le politiche neoliberiste hanno largamente favorito l’alta borghesia siriana e gli investitori stranieri, soprattutto le monarchie del Golfo e la Turchia, a spese della stragrande maggioranza dei siriani che sono stati colpiti dall’inflazione e dall’aumento del costo della vita. Durante questo periodo, il governo ha anche ridotto le tasse in modo significativo sui profitti provenienti dal settore affaristico, sia per i gruppi che per i singoli. Tali misure sono state implementate nonostante la già diffusa evasione fiscale che, secondo alcune stime, nel 2009 raggiungeva i 100 miliardi di sterline siriane (SYP) – circa 2 milioni di dollari a quel tempo.21

Le misure di liberalizzazione delle tasse sono state accompagnate da una riduzione dei sussidi, dal blocco delle assunzioni nel settore pubblico e dalla riduzione del ruolo dello stato negli investimenti nazionali. Negli anni 2000 le spese per la previdenza sociale sono state ridotte in modo considerevole apportando tagli al sistema pensionistico. Sono stati tolti i sussidi su prodotti alimentari di base, sul gas e altre risorse energetiche. La liberalizzazione dei prezzi ha reso molti prodotti essenziali alla vita quotidiana sempre meno accessibili alle famiglie non abbienti22. Secondo le stime ufficiali, l’indice del prezzo al consumatore su categorie come pane, cereali, carne e verdura è cresciuto rispettivamente del 51, del 59 e del 23 percento nel periodo 2006-2010 e alcuni pensano che queste percentuali siano sottostimate23.

Le spese per la sanità e l’istruzione non sono aumentate con il crescere della popolazione. La spesa pubblica su istruzione e sanità, come percentuale del PIL, era rispettivamente di circa 4 e 0,4 prima del 2010, bassa se paragonata ai paesi OCSE che, nel 2010, spendevano una media di 13,3 e 924. In questo contesto, il governo si è imbarcato nella graduale liberalizzazione dell’istruzione, istituendo in particolare università e college privati. Nel settore della salute il governo ha tentato di trasformare le unità mediche in unità economiche indipendenti che si sostentavano grazie alla monetizzazione dei propri servizi. Il decreto 8 del 16 febbraio 2010, per esempio, ha reso molti ospedali pubblici entità economiche indipendenti25. Tale processo è stato accompagnato dalla riduzione di qualità e quantità dei servizi sanitari pubblici, cosa che ha obbligato molti siriani a volgersi al settore privato per avere accesso a servizi di base.

Per alleviare le crescenti ineguaglianze i servizi sociali sono passati dal denaro statale alle organizzazioni private gestite da strati borghesi e religiosamente conservatori della società siriana, soprattutto organizzazioni religiose. Nel 2004, di 584 organizzazioni caritatevoli, 290 erano specificamente registrate come organizzazioni islamiche. Delle più di 100 organizzazioni che operavano a Damasco, circa l’80 percento erano di confessione musulmana sunnita prima delle proteste del 201126. Questa rete gestiva una rete che serviva 73.000 famiglie con un budget di 18 milioni di dollari27. Nel 2009 il 60 percento di 1485 associazioni erano organizzazioni di beneficenza, la maggior parte delle quali di matrice religiosa28.

Le politiche del governo in materia di spese hanno perciò rinforzato il ruolo socio-economico delle associazioni religiose, sia islamiche che cristiane, a detrimento dello stato.

In agricoltura, la privatizzazione della terra ha avuto luogo a spese di migliaia di contadini nel nordest, soprattutto in seguito al periodo di siccità 2007-2009, in cui un milione di contadini ha ricevuto aiuti internazionali e derrate alimentari, spingendo 300.000 persone dalle regioni nordorientali della Siria verso Damasco, Aleppo e altre città. Questa catastrofe sociale, tuttavia, non dovrebbe essere vista esclusivamente come conseguenza di calamità naturali. Anche prima della siccità, tra il 2002 e il 2008, la Siria aveva perso il 40% della sua forza lavoro agricola, passando da 1,4 milioni a 800.000 lavoratori29.

Le misure di liberalizzazione agricola prese sotto Assad alla fine degli anni 2000 hanno attuato la privatizzazione delle fattorie statali del nord dopo più di 40 anni di proprietà collettiva. I veri beneficiari di questa privatizzazione sono stati investitori e imprenditori che hanno potuto affittare illegalmente quelle che erano prima aziende statali30. La proprietà terriera si è sempre più concentrata nelle mani di poche. La prova dell’estrema disuguaglianza nel settore agricolo è che tre quarti della terra irrigata veniva lavorata dal 28% di contadini siriani, un piccolo gruppo privilegiato. Nel frattempo, secondo alcune stime del 2008, un’altra porzione di contadini – il 49% del totale – lavorava solo il 10% della terra irrigata31.

Le politiche neoliberali e i sempre più profondi processi di privatizzazione hanno creato nuovi monopoli nella mani dei parenti e dei soci di Bashar al-Assad e del regime. Posizioni chiave nell’amministrazione, nel governo, nell’esercito e nei servizi di sicurezza sono diventate vie clientelari. Rami Makhlouf, cugino di Assad e uomo più ricco della Siria, rappresentava il processo di provatizzazione di stampo mafioso portato avanti dal regime. Il suo vasto impero economico comprendeva: telecomunicazioni, petrolio, gas, edilizia, banche, linee aree e commercio tra le tante cose32. Le piccole e medie-imprese, invece, che avevano in precedenza rappresentato più del 99% delle imprese siriane, sono state in gran parte influenzate negativamente dalla mercatizzazione e dalla liberalizzazione economica degli anni 200033.

Le misure politiche ed economiche di Assad hanno portato a un impoverimento senza precedenti mentre le disparità nella distribuzione della ricchezza continuavano a crescere. Sebbene il PIL sia cresciuto in termini reali ad un ritmo medio del 4,3 % dal 2000 al 2010, questa crescita ha beneficiato solo una ristretta elite economica. Il PIL è più che raddoppiato, passando da 28,8 miliardi di dollari nel 2005 a circa 60 miliardi nel 2010 34. Nel 2003-2004 le spese per il 20% di popolazione più povera rappresentava solo il 7% delle spese totali. Nel 2007 la percentuale di siriani che viveva sotto la soglia della povertà era il 33%, corrispondente a circa 7 milioni di persone, mentre il 30% della popolazione viveva appena al di sopra di questa soglia35. Un grande cambiamento rispetto alla fine degli anni ‘90, in cui, secondo i rapporti ufficiali, solo il 14,3% dei siriani viveva appena al di sotto della soglia della povertà36. La povertà si concentrava soprattutto nelle aree rurali, con il 62% della popolazione impoverita che viveva nelle campagne e il 38% che, nel 2004, viveva nella aree urbane. Allo stesso tempo, più della metà di tutti i disoccupati siriani si trovava nelle campagne37. L’impoverimento delle campagne siriane continuava dalla fine degli anni ‘80. I periodi di siccità cominciati nel 2006 hanno tuttavia accelerato l’esodo dalle zone rurali.

2.  L’economia siriana in tempo di guerra

L’economia siriana ha sofferto a causa delle vaste e diffuse distruzioni nel Paese. Secondo il Central Bureau of Statistics38, il PIL è sceso da 60,2 miliardi di dollari nel 2010 a 12,4 miliardi nel 2016. Inoltre a questo cambiamento di dimensioni si è accompagnato un cambiamento della struttura dell’economia siriana in seguito alla guerra.

Misurare la distruzione

Come risultato delle distruzioni, la struttura del PIL è cambiata radicalmente: il settore agricolo e quello dei servizi governativi insieme rappresentano il 50% del PIL totale nel 2013 e il 46 percento nel 2014 – una quota crescente in un’economia nel complesso in contrazione39. L’occupazione nel settore pubblico rappresentava circa il 55 per cento di quella complessiva nel 201440 ed è rimasta predominante durante tutta la rivolta. Alla fine del 2016,

l’agricoltura rappresentava ancora una quota compresa tra il 26 e il 36 % del PIL e fungeva da rete di salvataggio per circa 7,6 milioni di siriani, compresi gli sfollati interni41. Il significativo aumento della percentuale di PIL rappresentato dai settori agricolo e pubblico non è stato tuttavia il risultato della loro crescita netta; piuttosto la conseguenza della massiccia distruzione che si è verificata in altri settori. In effetti l’agricoltura e i settori pubblici hanno avuto una contrazione in termini reali di oltre il 40 %42. Nel 2016, il Programma alimentare mondiale ha rilevato che le perdite nel settore agricolo siriano ammontavano a 16 miliardi di dollari dal 201143.

Il settore più colpito è stato quello dell’industria estrattiva, che comprende sia l’industria mineraria che la produzione di idrocarburi, che ha subito un crollo del 94% in termini reali dal 2010.

Anche la produzione complessiva, il commercio interno e le costruzioni sono diminuite di oltre il 70% in media44. Durante il periodo delle riforme neoliberiste in Siria il settore manifatturiero stava cadendo a pezzi, da una parte frammentato in piccoli laboratori con bassa produttività e competitività decrescente e dall’altra diviso in stabilimenti industriali sparsi bisognosi di sostegno politico e protezione45. Nel 2016, circa il 90% delle imprese industriali nelle principali aree di conflitto come Aleppo aveva chiuso mentre le rimanenti funzionavano solo al 30 percento della loro capacità produttiva46.

Inoltre, la chiusura di molti luoghi di lavoro dall’inizio della sollevazione del marzo 2011 ha comportato un’enorme perdita di posti di lavoro. L’economia ha perso 2,1 milioni di posti di lavoro effettivi e potenziali tra il 2010 e il 2015. La disoccupazione nel 2015 ha raggiunto il 55 percento. La disoccupazione giovanile è aumentata dal 69% nel 2013 al 78% nel 201547.

Nonostante questo aumento della disoccupazione, alla fine del 2017, propri itari di varie industrie siriane lamentavano una mancanza di manodopera, dovuta principalmente all’emigrazione massiccia di lavoratori qualificati in età lavorativa e la perdita di lavoratori meno qualificati a causa di morti, ferite, arresti e altri fattori legati alla guerra. La mancanza di mobilità interna dei siriani a causa dell’insicurezza è stato un altro fattore che ha aggravato la mancanza di disponibilità di

forza lavoro. Nell’aprile 2017, un rapporto della FAO e del Programma alimentare mondiale sosteneva che la carenza di manodopera agricola avrebbe messo a dura prova il settore agricolo siriano48.

Le risorse finanziarie del regime, comprese le riserve in valuta estera e le entrate fiscali, si sono ridotte in maniera considerevole durante gli anni della guerra. In risposta, il governo ha approvato nuove misure di austerità e ridotto le sovvenzioni sui prodotti essenziali, producendo un impatto negativo sulle condizioni di vita dei poveri e della classe lavoratrice del paese. Le entrate petrolifere, che rappresentavano una grande parte delle entrate statali fino al 2012, si erano completamente volatilizzate mentre le entrate fiscali sono diminuite considerevolmente. A metà del 2018, le entrate dovute alle imposte indirette costituivano il 70% delle entrate fiscali complessive del governo49. Il bilancio nazionale nel 2017 è stato di 2,6 trilioni di SYP (circa $ 5 miliardi di dollari del 2018) in aumento nel 2018 a 3,1 trilioni di SYP e ancora nel 2019 a SYP 3.9 trilioni50. Nel bilancio 2019 per la ricostruzione sono stati previsti meno di 50 miliardi di SYP, equivalenti a 115 milioni di dollari51.

Il conflitto ha generato anche crescenti disparità economiche regionali. Il tasso di povertà è aumentato in tutti i governatorati, ma in maniera variabile in base alla regione. I governatorati che sono stati testimoni di un conflitto più intenso e hanno storicamente tassi di povertà più alti sono quelli che hanno sofferto maggiormente.

In questo senso la popolazione di Raqqa risultava tra le più povere, con il 91,6 per cento dei suoi abitanti che vivevano al di sotto della linea di povertà, mentre anche quelle di Idlib, Deir Zor e delle aree rurali di Damasco hanno sofferto di alti tassi di povertà generale. Il tasso più basso si registrava a Suwayda con il 77,2%, seguita rispettivamente da Lattakia, Damasco e Tartus52.

Allo stesso tempo durante la guerra sono sorti nuovi centri di investimenti economici in seguito agli scontri militari che hanno colpito le tradizionali aree di investimento come Aleppo, Homs,Hama e la zona rurale di Damasco. Le regioni non coinvolte dalle enormi devastazioni e dalle inarrestabili violenze hanno beneficiato economicamente di questa situazione grazie al trasferimento di aziende e industrie. In queste aree sono cresciuti in modo significativo anche gli investimenti pubblici e privati.

La provincia di Suwayda, ad esempio, ha beneficiato di una maggiore quota di investimenti durante gli anni della rivolta grazie alla sua relativa sicurezza e alla vicinanza alla capitale siriana. In ogni caso è stata la regione costiera nord-occidentale della Siria quella in cui la situazione economica è migliorata maggiormente grazie alla sua relativa stabilità durante tutta la guerra53.

Nel loro insieme Suwayda, Tartus e Lattakia hanno ospitato il 68% di tutti i progetti concessi in licenza dall’Agenzia per gli investimenti siriana54. In confronto, nel 2010, la loro quota complessiva ammontava solamente all’11%55.

Nel 2017, dopo anni di forte declino, l’ambiente imprenditoriale siriano ha iniziato a sperimentare una crescita di alcune aziende in determinati settori come quello degli hotel di lusso (ad esempio Cham Palaces and Hotels), società di trasporto e logistica (Syrianair, Al- Ahliah Transport56, Lattakia International Container Terminal57, e Damasco Cargo Village58. Al- Badia Cement, l’unica società di cemento del settore privato che opera ancora in Siria, ha visto i suoi ricavi quasi raddoppiare da 13,8 miliardi di SYP nel 2016 a 26,7 miliardi nel 2017, un forte aumento complessivo anche tenendo conto della svalutazione della moneta durante quello stesso periodo59.

Anche la conquista della Ghouta orientale e della provincia di Daraa da parte delle forze filogovernative rispettivamente in aprile e luglio 2018 potrebbe avrebbe un impatto economico positivo per il regime, sebbene la riconquista avrà bisogno di tempo per poter produrre benefici economici. Nella Ghouta orientale, dopo la sua riconquista alla fine del 2018 si sono tenute intense discussioni tra gli ambienti governativi e rappresentanti dell’industria con l’obiettivo di accelerare il processo di riabilitazione e ricostruzione di centinaia di fabbriche per potenziare l’economia e l’occupazione locali, garantendo allo stesso tempo maggiore sicurezza alla città di Damasco. Questa regione era in precedenza un importante fornitore di prodotti alimentari per Damasco; inoltre, era anche sede di fabbriche di tessuti, di prodotti chimici e di mobili. Tuttavia, le infrastrutture industriali hanno sofferto significative distruzioni. Secondo i dati del ministero dell’Industria e dell’Ente generale delle industrie chimiche, le società industriali hanno subito perdite dirette di 81 miliardi di SYP a causa di danni alle loro strutture nella sola Ghouta, mentre la riabilitazione di queste strutture avrebbe un costo doppio60. Anche il ritorno degli investitori e degli abitanti è stato ritardato o impedito dalla divisione del potere in queste aree tra diversi servizi di sicurezza.

Nella provincia di Daraa il risultato principale e fondamentale dal punto di vista strategico ed economico è stata la conquista del posto di confine con la Giordania di Nasib. La sua conquista il 15 ottobre 2018 ha riaperto le principali rotte commerciali per Damasco. Queste comprendono un rinnovato accesso ai paesi del Golfo, un mercato importante prima del 2011, e conseguentemente una diminuzione complessiva del prezzo delle importazioni dalla Giordania e dal Golfo. Anche le entrate doganali dei transiti da e verso il Libano sono conseguentemente aumentate, perché la Siria è l’unico accesso via terra per le esportazioni libanesi nel Golfo e in Iraq61. Alcune settimane prima della riconquista del valico di Nasib, anche l’autostrada Homs-Hama è stata riaperta, facilitando ulteriormente le rotte commerciali precedentemente chiuse.

Profitti di guerra: approfondimento di pratiche prebelliche

La frammentazione territoriale dovuta alla perdita di sovranità statale in diverse aree del paese ha portato alla creazione di “economie di guerra multiple” con vari attori, locali e stranieri, coinvolti in tali dinamiche. Questa frammentazione ha profondamente influenzato la stratificazione e composizione delle reti economiche, in particolare quelle dell’élite62. Sia nelle aree controllate dall’opposizione armata sia nelle aree sotto il controllo del regime, si possono osservare modelli e caratteristiche di una “economia di guerra” analoghi, come ad esempio l’aumento dell’attività economica informale, il contrabbando, la violenza estorsiva e le attività illegali e lo sviluppo di nuovi centri di potere politico.

La situazione di insicurezza ha favorito lo sviluppo di “comandanti di guerra” e l’emergere di una “nuova guardia” di imprenditori nouveaux riche che hanno accumulato un’enorme ricchezza nel corso degli anni. Per riciclare i loro soldi, i commercianti di guerra hanno utilizzato diversi strumenti, soprattutto compravendite immobiliari, acquisti di auto di lusso, oro, o valuta. Ciò ha portato all’emergere di nuovi centri di potere – anche se il regime basato a Damasco è rimasto il principale – che ha creato nuove frizioni tra la nuova leva di uomini d’affari, l’esercito e il settore della sicurezza nel loro complesso63. Accumulando profitti e forza, queste nuove costellazioni di poteri sono arrivate a esercitare un forte grado di controllo sulla vita dei siriani che vivono in aree controllate dal regime.

Allo stesso tempo i signori della guerra si sono gradualmente integrati nell’economia formale attraverso la costituzione di società formali registrate a responsabilità limitata o la partecipazione a progetti di investimento, riguardanti anche immobili, terreni e imprese64.

Allo stesso modo nelle regioni sotto assedio nelle aree controllate dalle opposizioni, nelle quali le popolazioni locali hanno sofferto carenza di cibo, acqua, elettricità e carburante, tutti i gruppi armati – sia membri dell’esercito del regime e milizie lealiste che fazioni armate delle opposizioni – hanno sfruttato la situazione per accumulare profitti. Forze armate pro-regime hanno eretto posti di controllo in punti strategici di accesso alle aree assediate che hanno fornito loro ampie opportunità per pratiche economiche illegali come la concessione di permessi di ingresso di merci in cambio di tangenti. Anche i commercianti locali con legami con le forze di sicurezza del regime hanno beneficiato degli assedi: spesso hanno tentato di garantirsi contratti dai più alti funzionari del regime per assicurarsi il monopolio sulla fornitura di un certo bene in una zona assediata mentre allo stesso tempo negoziavano tariffe (commissioni) con i gruppi armati dell’opposizione che controllavano la zona per garantire il passaggio di merci attraverso i checkpoint. Una volta che i beni fossero stati portati in un’area assediata, i commercianti spesso strategicamente li nascondevano per venderli in maniera da massimizzare i profitti65.

Anche alcuni gruppi armati delle opposizioni hanno tratto profitti dagli assedi. Spesso hanno sottratto le forniture migliori cruciali per i membri dei battaglioni, mentre le organizzazioni civili e i consigli locali lottavano per soddisfare i bisogni di base dei civili. Ad esempio, alcuni gruppi armati di opposizione nella regione assediata della Ghouta orientale hanno scavato tunnel verso i quartieri di Barzeh e Qaboun, intraprendendo redditizi traffici. Jaysh al-Islam e i suoi uomini d’affari hanno acquisito un controllo quasi monopolistico sulle importazioni di cibo durante tutto il periodo in cui hanno dominato queste aree della Ghouta orientale, specialmente dopo il 2016. Ai commercianti nella Ghouta orientale era permesso far entrare merci non alimentari, come le sigarette, e venderle privatamente con profitti ancora più alti 66. Il controllo dei tunnel ha provocato conflitti interni tra diversi gruppi armati di opposizione. La Ghouta è stata teatro di molte proteste di piazza da parte di civili che accusavano i diversi gruppi armati di opposizione di speculazione e di requisizione di cibo e altri prodotti per se stessi. I civili hanno anche denunciato i gruppi di opposizione per gli scontri tra loro per il controllo di questi redditizi tunnel invece che combattere il regime.

In altre aree alcuni gruppi armati di opposizione hanno considerato prioritario il controllo dei valichi di frontiera con la Turchia al fine di accumulare capitali. Il controllo di questi posti di confine si è trasformato in una fonte di conflitti tra i gruppi. Ahrar al-Sham, per esempio, è stato l’unico soggetto a controllare il posto di frontiera di Bab al-Hawa per tutto il 2015 e il 2016, guadagnandosi tra i 3,6 e i 4,8 milioni di dollari al mese67. Il controllo di questo valico è stato uno dei principali fattori alla base delle lotte intestine tra le forze armate dell’opposizione dall’inizio della rivolta, in particolare nel caso dello scontro tra Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e Ahrar al-Sham nel luglio 2017.

Negli anni della sollevazione si il regime che le forze di opposizione armate hanno anche imposto loro tasse doganali sulle merci che attraversavano le aree da loro controllate verso zone controllate dal nemico. Questi scambi commerciali non ufficiali hanno favorito economicamente entrambe le parti. Tre le rotte più importanti di questo genere quella tra Hama e Idlib, quest’ultima controllata dall’opposizione.

Dozzine di carichi hanno percorso questa rotta in entrambe le direzioni ogni giorno, il più grande traffico commerciale giornaliero tra i due lati dello scontro armato68.

3.  Piani di ricostruzione in tempo di guerra                         

La ricostruzione della Siria è probabilmente la via principale attraverso la quale il regime e i capitalisti clientelari consolideranno il loro potere politico ed economico e il loro dominio sulla società siriana mentre l’intensità della guerra diminuisce. Nel frattempo la ricostruzione potrebbefornire al regime ampie opportunità per ricompensare gli alleati stranieri della loro assistenza.

Questo aiuta a spiegare perché il regime non ha smesso di promuovere una nuova legislazione per dare una cornice legale al processo di ricostruzione, con una particolare accelerazione negli ultimi due anni. Queste nuove leggi e i comportamenti in un’economia di guerra hanno giovato sia ai capitalisti clientelari, storicamente noti per i loro stretti legami con il regime, che ad una una nuova élite economica affiliata al regime. Allo stesso tempo, il ruolo degli alleati stranieri del regime, che sono stati fondamentali nel consolidamento di un’economia dipendente, sarà centrale nel processo di ricostruzione.

Finora, ad eccezione di un progetto sul sobborgo di Damasco di Basateen al-Razi, la ricostruzione non si è concentrata sulla ricostruzione delle grandi aree abitative distrutte dal guerra. Piuttosto, la ricostruzione finora si è concentrata sulla riabilitazione delle strade e di alcuni servizi e infrastrutture, come la fornitura di elettricità e acqua. Questa priorità serve alle necessità di specifici settori economici – commercio interno, servizi e industrie – ed è indirizzata a promuovere l’accumulazione di capitale all’interno del paese.

I nuovi strumenti legislativi e la loro attuazioneIl Decreto 66 del 2012, che ha permesso al governatorato di Damasco di espellere le popolazioni di due grandi aree della città71 richiama alcuni aspetti del Master Urban Plan di Damasco del 2007, che prevedeva la ditruzione e il rinnovamento di questi stessi quartieri72.

L’attuazione di questo piano è stata interrotta dalla sollevazione nel 2011. Quest’area era ed è ancora considerata un’opportunità immobiliare estremamente redditizia. Contiene terreni agricoli sottoutilizzati e abitazioni informali con alcune in parte a pochi passi dal centro di Damasco73.

Anche Homs è stata obiettivo di piani di rinnovamento prima del 2011 e il suo piano di ricostruzione corrispondente si è concentrato su tre dei distretti maggiormente distrutti nella città – Baba Amr, Sultanieh e Jobar. Questo piano prevedeva la ricostruzione di 465 edifici, capaci di ospitare 75.000 persone, al costo di 4 miliardi di dollari, secondo il governatore di Homs, Talal al-Barazi74. Il nuovo piano urbanistico si ispira al passato progetto “Homs Dream” 75diretto dall’ex governatore di Homs, Muhammad Iyad Ghazal, che è stato licenziato da Bashar al-Assad all’inizio delle manifestazioni del 2011 perché era l’obiettivo principale dei manifestanti della città città in quel momento.

Nell’aprile 2018 il governo siriano ha emesso una nuova legge, il Decreto n.1076, estenzione a livello nazionale del Decreto 66. A settembre il comitato del Governatorato di Damasco ha pubblicato un rapporto che annuncia la distruzione e la ricostruzione ai sensi della legge n.10 del distretto di Tadamon a Damasco. È previsto per l’inizio del 2019 uno studio anche su altre aree di Damasco – come Jobar, Barzeh e Qaboun – finalizzato alla loro ricostruzione ai sensi della legge n.1077.

Questa legislazione fa parte di un più ampio processo di implementazione del progetto neoliberista nel paese. Nel gennaio 2016 è stata approvata la legge sul Partenariato pubblico- privato (PPP), sei anni dopo la sua stesura, che autorizza il settore privato a gestire e sviluppare beni statali in tutti i settori dell’economia ad eccezione del petrolio. Il Ministro dell’economia e del commercio estero Humam al-Jazaeri ha dichiarato che la legge rappresentava “un quadro legale per la regolamentazione delle relazioni tra il settore pubblico e quello privato e vuole soddisfare la crescita economica e i bisogni sociali in Siria, in particolare nel campo della ricostruzione”, pur fornendo anche al “settore privato l’opportunità di contribuire allo sviluppo economico come partner principale e attivo”78.

Il commercio di beni importati è diventato una delle principali fonti di lucrosi affari a causa della penuria dovuta ad una produzione interna enormemente ridotta, all’assenza di investimenti da parte del regime e alla necessità di beni specifici come alimenti, prodotti farmaceutici e derivati del petrolio69. Una pubblicazione online siriana pro-regime, denominata Sahibat al-Jalala, ha sostenuto a metà 2016 che una manciata di commercianti controllava fino al 60% di tutte le importazioni della Siria, indicando che questo avveniva grazie alle loro connessioni con funzionari di alto rango del regoìime che permettevano loro di controllare una quota così grande del mercato. La stessa pubblicazione alcune settimane prima aveva pubblicato un rapporto secondo il quale due soli importatori controllavano il 20% di tutti le importazioni commerciali; altri due rispettivamente il 10 e il 5% e ancora altri due controllavano il 3% ciascuno70.

La nuova legge sul Partenariato pubblico-privato probabilmente faciliterà l’ulteriore acquisizione di beni pubblici da parte dei capitalisti a condizioni ampiamente favorevoli per loro. Già prima della guerra questi partenariati erano considerati uno strumento chiave per accelerare la mobilitazione del capitale privato, in particolare nel settore dell’energia79.

Questa legge deve essere vista anche alla luce del più generale approfondimento delle politiche neoliberiste nella regione, in particolare nelle monarchie del Golfo, riguardo settori economici precedentemente gestiti esclusivamente dal settore pubblico. L’uso di questo partenariato apre quindi nuove opportunità di accumulazione del capitale per gli attori privati80. In questo quadro, il primo ministro Khamis ha annunciato nel settembre 2018 nel corso di una riunione con rappresentanti di aziende e uomini d’affari che partecipavano alla Fiera internazionale di Damasco, che il governo avrebbe probabilmente aperto 50 progetti infrastrutturali nel Paese agli investitori privati nell’ambito di un partenariato pubblico- privato81.

I progetti di ricostruzione seguono una simile dinamica neoliberista. In primo luogo dal 2015 il governo ha assegnato licenze ad un numero di investitori siriani ben inseriti per raccogliere e vendere i rottami metallici da città e paesi che hanno vissuto in modo massiccio le distruzioni, dovute per lo più agli attacchi aerei e di artiglieria del regime82. Inoltre, al settore privato è stato assegnato un ruolo di primo piano rispetto ai piani di ricostruzione. Ad esempio, nel luglio 2015 il governo ha approvato una legge che consentiva l’insediamento di holding private per la gestione di beni pubblici e servizi dei consigli comunali e altrie unità amministrative locali, aprendo un’altra strada agli amici del regime per fare affari grazie ai beni pubblici83.

Queste misure non dovrebbero essere considerate nella maniera in cui sono sono presentate dal regime,cioè misure necessarie e “tecnocratiche” finalizzate al superamento delle devastazioni e distruzioni della guerra. Piuttosto si comprendono meglio se le si considera uno strumento per trasformare e rafforzare le condizioni generali di accumulazione del capitale. Come sostiene il professor Adam Hanieh, gli stati spesso sfruttano le crisi come momenti di opportunità “per ristrutturare e far avanzare in avanti i cambiamenti con modalità che prima gli erano precluse e per ampliare in modo significativo il ruolo del mercato in una serie di settori economici che finora erano in gran parte dominati dal settore statale84.

Nuove élite economiche

I capitalisti clientelari e le nuove élite economiche legate al regime hanno in gran parte mantenuto o ampliato le loro operazioni nel paese nel corso della guerra. Hanno beneficiato delle loro connessioni con il regime per continuare a ottenere contratti governativi ad alto margine di guadagno ed esclusivi accordi sulle importazioni, mentre estendevano le loro attività al contrabbando e altri affari associati all’economia di guerra. Ciò ha contribuito alla loro crescente volontà di sostenere il regime; allo stesso tempo, il loro forte sostegno al regime ha fornito loro ulteriori opportunità per migliorare il loro status socio-economico offrendo loro accesso preferenziale alle industrie e ai settori che sono stati abbandonati quando i concorrenti sono fuggiti dalla Siria85. Le sanzioni non hanno migliorato questa situazione; piuttosto hanno esacerbato questo modello.

Molti membri dell’élite imprenditoriale hanno deciso di lasciare la Siria e trasferire una gran parte delle loro del loro capitale fuori all’estero durante la guerra. Il ricercatore Samer Abboud ha calcolato che i prelievi totali dalle banche siriane ammontavano a circa $10 miliardi alla fine del 2012.La maggior parte di questo denaro è stata reinvestita nei paesi limitrofi. Alcuni investitori hanno trasferito le loro attività in Turchia, Giordania, Egitto e negli Emirati Arabi Uniti dopo che il regime siriano ha permesso loro di trasferire le loro risorse86. La maggior parte di questo segmento dell’elite imprenditoriale che ha lasciato il paese non era collegato con le nuove reti e opportunità fornite dall’economia di guerra, e le vecchie reti che avevano assicurato il loro accesso al potere in passato erano ora scomparse o messe in discussione87.

Accanto ai capitalisti clientelari, nuove élite imprenditoriali sono state in grado di cogliere le opportunità create dai vuoti aperti dalla partenza delle reti imprenditoriali che erano molto influenti prima della guerra. Le elezioni per le camere di commercio di Aleppo e Damasco alla fine del 2014, ad esempio, hanno visto un cambiamento significativo dei loro consiglieri88. Già all’inizio del 2014 il Ministero dell’Industria aveva nominato nuovi membri a far parte delle presidenze di varie camere dell’industria di Hama, Aleppo, Homs e Damasco. Questa mossa è stata considerata in gran parte una rappresaglia contro gli investitori che avevano sostenuto l’opposizione o che sono stati giudicati non sufficientemente sostenitori del regime.

Questo ha rispecchiato i risultati delle “elezioni” parlamentari nel 2016, che hanno portato ad un 70% di nuovi membri, riflettendo in questo modo un cambiamento significativo nella base del potere del regime siriano89. Anche le elezioni municipali del 2018 hanno rispecchiato il consolidamento delle reti di potere del regime al livello di base della società, con baathisti e affiliati al regime che hanno conquistato la stragrande maggioranza delle municipalità. Questo è particolarmente importante perché i consigli locali assumono la responsabilità ufficiale per la ricostruzione, per quanto debbano operare secondo le regole del Ministero delle Amministrazioni locali.

Allo stesso modo, nel novembre 2018 a Bucarest in Romania, è stata costituita una nuova lobby di imprenditori siriani esterni al Paese – il Grouping of Syrian Businessmen in the World (GSBW).

Il GSBW raggruppa investitori, principalmente sunniti originari di Damasco e Aleppo, che ora si trovano in oltre 20 paesi esteri e che hanno mantenuto i collegamenti con il regime siriano. Questo nuovo organismo è presieduto da Khaldoun Al-Muwaqe ‘ che dal 2012 è stato a capo del Syrian Investors in Egypt (GSIE), gruppo di investitori siriani favorevoli al regime; Rateb Al-Shallah, un simbolo della mondo degli affari tradizionale di Damasco, è stato nominato presidente onorario90. Secondo Syria Report, il GSBW punta probabilmente a ottenere una quota del business della ricostruzione91.

Dipendenza da attori stranieri e concorrenza per il bottino

La dipendenza politica, militare ed economica di Damasco dai suoi alleati a Teheran e Mosca è aumentata considerevolmente durante la guerra. La ricostruzione, che dipende in parte sui finanziamenti esteri, dovrebbe beneficiare l’Iran e la Russia in quanto stati che hanno maggiormente sostenuto il regime di Assad.

Il ruolo economico della Russia in Siria è aumentato progressivamente durante la guerra. Già nell’ottobre 2015 una delegazione russa ha visitato Damasco e ha annunciato che le aziende russe avrebbero guidato la ricostruzione post-bellica della Siria. Questi negoziati hanno prodotto accordi per un valore di 850 milioni di euro92. Dal 2015 sono anche sorte nuove opportunità commerciali e di mercato per investitori e società russe, in particolare nella vendita di cereali e grano, costruzione e riabilitazione di centrali elettriche e macchinari pesanti utilizzati dal settore delle costruzioni93. Le opportunità più interessanti per le compagnie russe si trovavano nelle risorse petrolifere e del gas della Siria94. Anche i funzionari di Teheran stavano cercando di beneficiare del bottino di guerra. L’intervento iraniano in Siria è stato molto costoso per l’economia di Tehran; l’Iran ha speso fino a metà del 2018 almeno 30 miliardi di dollari Us in aiuti militari ed economici, compresa la consegna di petrolio greggio, secondo i calcoli di Mansour Farhang, uno studioso statunitense ed ex diplomatico iraniano95.

Tehran ha assunto una posizione dominante nelle relazioni commerciali della Siria nel corso della guerra attraverso i programmi di credito e di investimento. Per tutto il 2017 e il 2018 società iraniane hanno ottenuto diversi contratti per la riabilitazione delle infrastrutture elettriche in diverse aree del paese sia dal governo centrale siriano che dai governatorati e dalle municipalità. Questi accordi varranno centinaia di milioni di dollari se saranno portati a termine96. Allo stesso tempo negli ultimi anni sono stati conclusi numerosi accordi economici e memorandum d’intesa tra i due paesi, ma molti di questi non sono ancora stati resi operativi.

La prospettiva della ricostruzione e dell’accesso alle risorse naturali presenta diverse opportunità per gli attori iraniani e russi, ma anche potenziali fattori di rivalità. È comunque improbabile che questa possa arrivare al livello di un disaccordo strategico tra i due stati. Nel momento in cui scriviamo entrambi gli stati continuano a sottolineare la loro forte cooperazione e gli interessi reciproci in Siria.

La cornice della ricostruzione della Siria, e più in generale gli investimenti privati e pubblici, dovrebbe essere vista nel contesto degli interessi economici e del posizionamento degli alleati del regime Russia e Iran e di altri possibili attori stranieri in futuro. Queste dinamiche dovrebbero essere considerate completamente interconnesse con la struttura politica ed economica della regione e non in maniera separata da essa. Il crescente interesse di attori regionali alle opportunità economiche che pone la ricostruzione in Siria avranno importanti conseguenze politiche. Queste dinamiche devono essere analizzate come fattori che influenzeranno l’economia politica siriana e i suoi piani di ricostruzione97.

La partecipazione di altri attori stranieri alla ricostruzione della Siria è connessa anche ad altre dinamiche regionali e internazionali, soprattutto riguardo con l’Iran. Negli ultimi mesi, un certo grado di riavvicinamento politico si è verificato tra la Siria e le monarchie del Golfo98, in particolare con gli Emirati arabi uniti99. Inoltre l’opposizione diretta al dominio di Bashar al- Assad sembra ridursi, anche in Arabia Saudita. Tra le molte ragioni dietro questo cambiamento, il riavvicinamento a Damasco da parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti è legato principalmente alla volontà di contrastare l’influenza iraniana in Siria100 e in misura minore controbattere l’influenza della Turchia, percepita come uno stretto alleato del Qatar. Una futura indagine potrebbe esaminare le conseguenze politiche ed economiche di una possibile riconciliazione tra questi attori e il suo effetto sugli impegni per la ricostruzione.

Allo stesso modo, gli impegni per la ricostruzione potrebbero differire da regione a regione in base ai diversi livelli di influenza e presenza da parte di stati stranieri in alcune aree al di fuori della sovranità dello stato siriano. Un esempio sono le aree dello “Scudo dell’Eufrate” sotto dominazione turca nelle quali le stesse autorità turche hanno investito in modo significativo nelle istituzioni di governo e nelle infrastrutture economiche. Più in generale, una questione chiave sulla quale indagare è se la Siria assisterà a sforzi di ricostruzione paralleli in aree controllate da o sotto la forte influenza di diversi attori politici come il governo siriano, il PYD, o nelle aree settentrionali controllate dalla Turchia.Differenze nei piani di ricostruzione all’interno delle varie aree e in relazione tra queste, potrebbero avere un impatto sulle dinamiche locali settarie ed etniche nella Siria del dopoguerra.

Allo stesso tempo, anche la questione dei rifugiati e la possibilità del loro ritorno è un fattore importante nella ricostruzione. Molti paesi confinanti, come il Libano e la Turchia, non riconoscono lo status di rifugiato alla maggior parte dei siriani che vivono nei loro territori. In questi paesi assistiamo ad una crescente pressione politica interna per rimpatriare forzatamente i siriani, senza garanzie di sicurezza. Finora, le autorità siriane stanno prendendo solo piccoli flussi di rimpatriati. Per molti rifugiati, lo stato siriano rappresenta ancora una minaccia alla loro sicurezza101 o almeno presenta ostacoli amministrativi al loro ritorno nelle case di origine. Molti rifugiati provengono da aree che sono state completamente distrutte102.

Un massiccio ritorno di rifugiati porrebbe una grande sfida al regime, politicamente, economicamente e in termini di infrastrutture, in particolare se molti dovessero rientrare entro un breve periodo. Inoltre le rimesse inviate dai siriani alle loro famiglie all’interno del paese sono diventate una delle più importanti fonti di reddito nazionale e hanno quindi aiutato a incrementare il consumo interno. Secondo i dati della Banca Mondiale, il valore delle rimesse dei siriani espatriati nel 2016 ha raggiunto circa 1,62 miliardi di dollari, un tasso medio di circa $ 4 milioni al giorno, e rappresentano poco più del 10% del PIL103.

Accanto a questi problemi, i piani di ricostruzione hanno anche dovuto confrontarsi con numerosi altri ostacoli, come la mancanza di finanziamenti nazionali, privati o pubblici104 e le sanzioni internazionali che hanno impedito la partecipazione di attori economici significativi. Tuttavia, esempi storici come quelli del Libano e dell’Iraq hanno dimostrato che anche livelli adeguati di finanziamento nazionale o internazionale potrebbero non garantire un’efficace processo di ricostruzione.

Conclusioni

Rimane ancora molto da scrivere sull’impatto della guerra in Siria. Il regime siriano è stato infatti in grado di resistere ad un costo molto alto, soprattutto in termini di vite umane e distruzioni, ma anche sul piano politico. Oltre alla crescente dipendenza da stati e attori esterni, alcune caratteristiche patrimoniali del regime sono state rafforzate mentre la sua l’autorità diminuiva. I capitalisti clintelari e i capi delle milizie hanno rafforzato il loro potere in maniera considerevole, mentre le caratteristiche clientelari, settarie e tribali del regime si sono rafforzate, in particolare la sua identità alawita. La guerra ha permesso anche l’ascesa di nuovi uomini d’affari in gran parte legati al regime, mentre la stragrande maggioranza degli uomini d’affari siriani nella diaspora al momento in cui scriviamo rimangono titubanti sul ritorno a investire in condizioni di guerra.

Più in generale, il regime di Assad è emerso dalla guerra in una versione ancora più brutale, strettamente settaria, patrimoniale e militarizzata di quella precedente. La rivolta popolare che si è trasformata in una guerra ha costretto Damasco a riconfigurare la sua base popolare, stringendo la sua dipendenza dalle reti autoritarie globali, aggiustando il suo modello di governo economico rinforzando le politiche neoliberiste e riorganizzando le sue forze armate e l’apparato di sicurezza105. Nelle aree di regime la repressione continua, anche nei confronti degli ex combattenti o militanti civili dell’opposizione che hanno aderito ai cosiddetti “accordi di riconciliazione”, mentre la ricostruzione di per sé non può essere un incentivo per il ritorno dei rifugiati. Il ritorno dei rifugiati, specialmente quelli che si trovano nei paesi vicini, dipende prima e soprattutto dalle garanzie di protezione e sicurezza per sé e per le loro proprietà.

In questo quadro il piano di ricostruzione del governo siriano, che resta al di sotto delle necessità, rafforzerà il carattere patrimoniale e dispotico del regime e delle sue reti, e allo stesso tempo verrà utilizzato come mezzo per punire o disciplinare le ex popolazioni ribelli. Gli Stati europei devono tenere conto di queste dinamiche politiche nell’affrontare la questione della ricostruzione. La ricostruzione è una necessità assoluta, ma ogni possibile partecipazione europea venisse presa in considerazione non dovrebbe essere usata per far avanzare e consolidare la normalizzazione e la rilegitimazione del governo di Damasco ignorando i diritti di milioni di siriani all’interno e all’esterno del paese.

La letteratura esistente sulla guerra e la ricostruzione in Siria si è ampiamente concentrata sull’aumento di alcune nuove personalità economiche106, ma c’è bisogno di guardare alle logiche che stanno dietro la loro ascesa in parallelo alla caduta di una più ampia cerchia di élite economiche e delle loro reti. Gli intrecci e le relazioni tra i quadri dei servizi di sicurezza e delle milizie e le reti affaristiche hanno ricevuto finora scarse attenzioni da parte dei ricercatori.

Altre aree che richiedono ulteriori studi includono la relazione tra l’implementazione di un nuovo quadro legale per le relazioni economiche, la fiducia delle nuove élite economiche nel quadro esistente di relazioni politiche ed economiche in una fase di risorse decrescenti e un nuovo modello di accumulazione della ricchezza.

Come sostenuto nel testo, il quadro giuridico della ricostruzione sarà molto probabilmente usato come mezzo per consolidare vecchie e nuove reti di potere in Siria, ma potrebbe anche contribuire a cambiare la struttura sociale e demografica in alcune aree. Ulteriori questioni devono esere affrontate per quanto riguarda l’attuazione di questa nuova strumentazione legale, la sua fattibilità in termini economici e il suo impatto sulle dinamiche demografiche e sociali. Oltre questo quadro normativo rimane la domanda su quali regioni, settori economici e categorie della popolazione beneficeranno o saranno emarginate dalle cosiddette politiche di ricostruzione del governo.

In questo quadro deve essere considerato anche il ruolo degli attori stranieri nei piani di ricostruzione e nei “processi di stabilizzazione” – in gran parte canalizzato attraverso il finanziamento di ONG locali e internazionali – dato che avrà anch’esso grandi conseguenze sull’economia politica del paese.

Allo stesso tempo, il processo di ricostruzione costringerà il regime di Damasco ad affrontare una serie di contraddizioni e sfide: da un lato, dovrà soddisfare gli interessi dei capitalisti clientelari e dei capi delle milizie; dall’altra, il regime ha bisogno di mantenere il ruolo dello stato nell’accumulazione di capitale attraverso la stabilità politica ed economica, garantendo contemporaneamente ai suoi alleati stranieri importanti quote nel settore della ricostruzione. Nel momento in cui scriviamo, questi obiettivi non sono perfettamente sovrapponibili e contraddizioni e rivalità stanno già comparendo. Ciò che resta da mappare è come queste contraddizioni potrebbero essere tradotte in opportunità per attori locali ed esterni.

Il testo originale è stato pubblicato dal European University Institute, Robert Schuman Centre for Advanced Studies, all’interno del Wartime and Post-Conflict in Syria project (WPCS) finanziato dall’Unione Europea

© European University Institute 2018 Content and individual chapters © Daher Joseph, 2018 European University Institute Badia Fiesolana I – 50014 San Domenico di Fiesole (FI) www.eui.eu/RSCAS/Publications/ cadmus.eui.eu

La traduzione è stata autorizzata dall’autore e dal European University Institute

NOTE

  1.  Joseph Daher ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi sullo sviluppo presso il SOAS di Londra (2015) e quello in Scienze politiche presso l’Università di Losanna, in Svizzera (2018). Insegna all’Università di Losanna ed è professore aggiunto presso lo European University Insititute di
  2. Per esempio, il presidente russo Vladimir Putin ha esortato l’Europa a contribuire alla ricostruzione della Siria per permettere a milioni di profughi di tornare a casa. (vedi: https://www.theguardian.com/global2018/aug/18/putin-urges-europe-to-help-rebuild-syria-so-refugees- canreturn). D’altra parte, L’UE ha ripetutamente sottolineato che sarà pronta a sostenere la ricostruzione della Siria solo quando sarà avviata una transizione politica totale, vera e inclusiva negoziata da tutte le parti siriane coinvolte nel conflitto sulla base della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2254 (2015)del Comunicato di Ginevra 2012. Sono stati pubblicati numerosi rapporti che riflettono questa posizione: (vedi questo collegamento. http://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-europe-as-a-strongerglobal-actor/file-eu-strategy-forsyria).
  3. McDowall, Angus (2018), “Long reach of U.S. sanctions hits Syria reconstruction”, Reuters, https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-sanctions/long-reach-of-u-s-sanctions-hits-Syria- reconstruction-idUSKCN1l106Z).
  4. Negli ultimi anni la Siria ha vissuto uno dei più alti tassi di crescita della popolazione del mondo, classificata nona dalle Nazioni Unite in un elenco di paesi col più veloce tasso di crescita tra il 2005 e il 2010 (Sands, Phil, 2011). “In Syria la crescita della popolazione ostacola il progresso del paese”, The National, https://www.thenational.ae/world/mena/population-surge-in-syria-hampers-country-s-progress-448497). La popolazione siriana era nel complesso di 12,1 milioni nel 1990, di 17, 9 milioni nel 2003 e di circa 21 milioni nel 2010. (Raphaeli, Nimrod, (2007), “Syria’s Fragile Economy”, Middle East Review of Inter- national Affairs, vol. 11, No. 2).
  5. La produzione di petrolio è calata da 527,000 d/b nl 2003 a 379,000d/b nel 2010, rendendo della Siria un paese importatore nel 2008. Nel 2010, tuttavia, secondo le stime ufficiali la produzione di petrolio rappresentava ancora il 9,5% del PIL siriano, mentre le esportazioni di petrolio rimanevano la fonte più importanti di guadagni in valuta
  6.  Dahi, Omar and Munif, Yasser (2012), “Revolts in Syria: Tracking the Convergence Between Authoritarianism and Neoliberalism”, Journal of Asian and African Studies, No. 47, 323, pp. 323-331; Abboud, Samer (2014), “Syria’s War Economy”, Carnegie Middle East Centerhttp://carnegie-mec.org/diwan/54131. 7 Mouhoub (-El) Mouhoud (2011), “Économie politique des révolutions arabes : analyse et perspectives”, Maghreb – Machrek, No. 210.
  7. Mouhoub (-El) Mouhoud (2011), “Économie politique des révolutions arabes : analyse et perspectives”, Maghreb – Machrek, No.
  8. Intendo il neoliberismo come a una particolare organizzazione capitalistica tesa ad assicurare le condizioni per la riproduzione del capitalismo su scala globale e come parte di una classe dirigente aggressiva che ha attraversato le recessioni degli anni ‘70 e ‘80. Da ciò ne è derivata la ristrutturazione e la creazione di nuove e più ampie forme di accumulo capitalistico (Cimorelli, Eddie (2009), “Take neoliberalism seriously”, International Socialism, http://isj.org.uk/take-neoliberalism-seriously/). L’obiettivo principale del neoliberismo, come ha sottolineato David Harvey, è lo sviluppo di un nuovo “regime di accumulo di capitale caratterizzato da un intervento minimo dello stato in economia, intervento limitato alle funzioni legali, politiche e militari sufficienti a garantire il corretto funzionamento dei mercati e alla loro creazione in quei settori in cui questi non esistono”. (cited in Roccu, Roberto (2012), Gramsci in Cairo: Neoliberal Authoritarianism, Passive Revolution and Failed Hegemony in Egypt under Mubarak, 1991-2010, (PhD), University of London, London School of Economics, 72).
  9. Abboud, Samer (2015), “Locating the “Social” in the Social Market Economy”, in Hinnebusch (ed.) Syria: From authoritarian upgrading to revolution? (Syracuse University Press, Syracuse, 2015) p.55.
  10. È importante ricordare che il sistema economico siriano era caratterizzato da una specie di forma clientelare o capitalismo mafioso in cui le opportunità economiche dipendevano dalla lealtà al Elementi alienati e marginalizzati della borghesia non connessi al regime non costituivano un forte elemento di supporto per il regime. Nessun affare o impresa di grandi dimensioni poteva essere portata avanti senza la partecipazione dei capitalisti clientelari connessi al regime. In tale contesto, la distinzione tra settore pubblico e privato era spesso sfumata.
  11. Lyme, Rune Friberg (2012), “Sanctioning Assad’s Syria, Mapping the economic, socioeconomic and political repercussions of the international sanctions imposed on Syria since March 2011”, , p. 55.
  12. ILO (2010), “Gender, Employment and the Informal Economy in Syria”, http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/— gender/documents/publication/wcms_144219.pdf, 3.
  13. Hinnebush, Raymond (2012), “Syria: From authoritarian upgrading to revolution”, International Affairs, Volume 88, Issue 1, p. 95–113.
  14.  Abboud (2015), op. cit., p. 55.
  15. La liberalizzazione del commercio, soprattutto il trattato con la Turchia e la massiccia esportazione di prodotti turchi ha giocato un ruolo negativo nella dislocazione delle risorse produttive e nella chiusura di diversi impianti nell’industria manifatturiera, soprattutto quelli situati nelle periferie delle città più importanti, dove sono cominciate le proteste del 2011. Vedi Matar Linda (2015), The Political Economy of Investment in Syria, Macmillan, UK, Palgrave, 12 and p.115
  16. Per settore produttivo intendiamo il settore primario (agricoltura, industria mineraria e altre industrie legate alle risorse naturali) e quello secondario (industria manifatturiera, ingegneristica e delle costruzioni) dell’economia.
  17. Marzouq, Nabil (2013), “Al-tanmîyya al-mafqûda fî sûrîyya”, in Bishara (ed.), Khalfîyyât al-thawra al- sûrîyya, dirâsât sûrîyya, Doha, Qatar, Arab Center for Research and Policy Studies, p. 40.
  18. Marzouq, Nabil (2011), “The Economic Origins of Syria’s Uprising”, Al-Akhbar English, https://english.alakhbar.com/node/372.
  19. The World Bank (2011), “Economic Challenges and Reform Options for Syria: A Growth Diagnostics Report (CEM, First Phase)”, http://siteresources.worldbank.org/INTDEBTDEPT/Resources/4689801218567884549/5289593- 1224797529767/5506237-1270144995464/DFSG03SyriaFR.pdf, p. 46
  20. Per esempio, al summit arabo di Baghdad del 1978, organizzato per opporsi al concordato israelo-egiziano di Camp David, la Siria venne ricompensata con un premio annuale di 1,8 miliardi di dollari per dieci anni per la sua “lotta” contro Israele
  21. Seifan, Samir (2013), “Sîyâsât tawzî’ al-dakhl wa dawrhâ fî al-înfijâr al-îjtimâ’î fî Sûrîyya”, in Bishara (ed.), Khalfîyyât al-thawra al-sûrîyya, dirâsât sûrîyya, Doha, Qatar, Arab Center for Research and Policy Studies, p. 109
  22. Abboud (2015), op. cit., p. 55.
  23. Matar (2015), op. cit., p. 116.
  24.  L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) è un’organizzazione economica intergovernativa che comprende 36 paesi, dal nord e sud America, all’Europa al Pacifico. Comprende alcuni dei paesi più avanzati del mondo così come paesi emergenti come il Messico, il Cile e la Turchia.
  25.  Marzouk (2013), op. cit., p. 49.
  26. Pierret, Thomas and Selvik, Kjetil (2009), “Limits of “Authoritarian upgrading” in Syria: Private welfare, Islamic Charities, and the Rise of the Zayd Movement”, International Journal of Middle East Studies, 41, No. 4, p. 601.
  27. Khatib Line (2011), Islamic Revivalism in Syria, The rise and fall of Ba’thist secularism, London and New York, Routledge Studies in Political Islam, 119.
  28. Ruiz de Elvira, Laura (2013), “Chapter 4: Syrian Charities at the Turn of the Twenty-First Century: Their
  29. History, Situation, Frames and Challenges” in Kawakibi S. (ed.) Syrian Voices From Pre-Revolution Syria: Civil Society Against all Odds, HIVOS and Knowledge Programme Civil Society in West Asia https://hivos.org/sites/default/files/publications/special20bulletin202-salam20kawakibi20_6-5-13_1.pdf, p. 30.
  30. Ababsa, Myriam (2015), “The End of a World Drought and Agrarian Transformation in Northeast Syria (2007–2010)”, in Hinnebusch (ed.) Syria: From authoritarian upgrading to revolution? (Syracuse University Press, Syracuse, 2015) p. 200.
  31. Ababsa 2015, op. cit, p.
  32. FIDA (2009), “République Arabe Syrienne, Programme d’Options Stratégiques pour le Pays”, 2. 32 Seifan (2013), op. cit., p. 113.
  33. Abboud, Samer (2017), “The Economics of War and Peace in Syria”, The Century Foundation, https://tcf.org/content/report/economics-war-peace-syria/?agreed=1.
  34. Abboud, Samer (2017), “The Economics of War and Peace in Syria”, The Century Foundation, https://tcf.org/content/report/economics-war-peace-syria/?agreed=1.
  35. Abdel-Gadir Ali, Abu-Ismail Khalid and El-Laithy, Heba (2011), Poverty and Inequality in Syria (1997-
  36. 2007), UNDP, http://www.undp.org/content/dam/rbas/doc/poverty/BG_15_Poverty%20and%20Inequality%20in%20Syria_FeB .pdf, p. 2-3. 44 Butter (2015), op. cit., p. 13
  37. Matar (2015), op. cit., p. 109
  38. Abdel-Gadir, Abu-Ismail and El-Laithy (2011), cit, p.3
  39. The Syria Report (2018), “Government Prioritises Spending on Core Constituency”, 9 January,
  40.        http://www.syria-report.com/news/economy/government-prioritises-spending-core-constituency.
  41. Centre for Policy Research (2014), Syria. Squandering Humanity, Socioeconomic Monitoring Report on Syria, https://www.unrwa.org/sites/default/files/scpr_report_q3-q4_2013_270514final_3.pdf, p. 4
  42. Syrian Centre for Policy Research (2015), Alienation and Violence, Impact of Syria Crisis Report 2014,https://www.unrwa.org/sites/default/files/alienation_and_violence_impact_of_the_syria_crisis_in_201 pdf p. 34
  43. Enab Baladi (2018), “Battle for Idleb: Is the Armed Opposition Losing its Popular Base?”, in The Syrian Observer, https://syrianobserver.com/EN/features/21408/battle_idleb_is_armed_opposition_losing_popular_base.htm  l; The Syria Report (2018), “Government Prioritises Spending on Core Constituency”, cit.
  44. Butter, David (2015), “Syria’s Picking up the Pieces”, Chatham House, https://www.chathamhouse.org/sites/default/files/field/field_document/20150623SyriaEconomyButter.pd  f , p.13.
  45. Enab Baladi (2018), “Battle for Idleb”, cit. 44 Butter (2015), op. cit., p. 13
  46. Syrian Centre for Policy Research (2016), Confronting Fragmentation! Syria, Impact of Syrian Crisis Report
  47.        http://scpr-syria.org/publications/policy-reports/confronting-fragmentation/ , p. 6.
  48. The Syria Report (2016), “Aleppo Lost 90 percent of its Manufacturing Capacity”, 29 March,
  49.        http://www.syria-report.com/news/manufacturing/aleppo-lost-90-percent-its-manufacturing-capacity.
  50. ESCWA and University of St Andrews (2016), Syria at War, Five Years On,
  51.        https://www.unescwa.org/sites/www.unescwa.org/files/publications/files/syria-war-five-years.pdf , p.28
  52. The Syria Report (2017), “Syrian Businesses Complain of Labour Shortages Despite Massive Unemployment”, 28 November, http://www.syria- eport.com/news/economy/syrian-businesses- complainlabour-shortages-despite-massive-unemployment.
  53. Enab Baladi (2018), “Marsûm ya’fî al-sinâ’îîn min russûm tajdîd rakhs al-binâ’”, 27 May,       https://www.enabbaladi.net/archives/231136
  54. Frieh (al-) (2018), “Cabinet approves state budget bill for 2019 at SYP 3882 billion”, SANA, 21 October, https://www.sana.sy/en/?p=149355
  55. Haddad, Wajih (2018), “Mûwâzanat 2019 al-sûrîyat: î’âdat al-î’mâr bi-115 milîyûn dûlâr”, al-Modon, 9 November, https://www.almodon.com/arabworld/2018/11/9/
  56. Mahmoud (al-), Hamoud (2015), “The War Economy in the Syrian Conflict: The Government’s Hands-Off Tactics”, Carnegie Middle East Center, https://carnegieendowment.org/2015/12/15/war-economy-in- syrianconflict-government-s-hands-off-tactics-pub-62202
  57. Khaddour Kheder (2016), The Coast in Conflict: Migration, Sectarianism, and Decentralization in Syria’s Latakia and Tartus Governorates, Friedrich Ebert Stiftung, http://library.fes.de/pdf-files/iez/12682-pdf p.46
  58. La Syrian investment authority (SIA) è un’autorità di investimento fondata nel La SIA ha preso il posto dell’Investment bureau che funzionava dall’inizio degli anni ’90.
  59. The Syria Report (2016). “Syrian Private Investment Dives, Continues Move to Coast, Suweida”, 1 March,        http://www.syria-report.com/news/economy/syrian-private-investment-dives-continues-move-coast- suweida.
  60. Al-Ahliah Transport possedeva una flotta di bus passeggeri
  61. La società che gestisce il terminal dei container del porto di Damascus Cargo Village gestisce un magazzino e centro logistico al Damascus International Airport
  62. The Syria Report (2018), “Transport, Tourism Data Confirm 2017 GDP Growth Trend”, 16 January, http://www.syria-report.com/news/economy/transport-tourism-data-confirm-2017-gdp-growth-trend; The Syria Report (2018), “Company Filings Confirm Improved Business Activity in 2017”, 6 March, http://www.syriareport.com/news/economy/company-filings-confirm-improved-business-activity-2017.
  63. Enab Baladi (2018), “Assad’s Government Aims at Accelerating the Economic Cycle in Ghouta”, 20 July, https://english.enabbaladi.net/archives/2018/07/assads-government-aims-at-accelerating-the-economic- cycle-inghouta/#ixzz5Q8JBUzH5.
  64. Enab Baladi (2018), “Economic Normalization: A Weapon in the Syrian Regime’s Hands”, 28 July, https://english.enabbaladi.net/archives/2018/07/economic-normalization-a-weapon-in-the-syrian-regimeshands/#ixzz5Q8QPctnV; The Syria Report (2018), “Jordan Invites Syrian Business Chambers”, 31 July, http://www.syria-report.com/news/economy/jordan-invites-syrian-business-chambers.
  65. Abboud (2017), op. cit.; Leenders, Reinoud and Mansour, Kholoud (2018), “Humanitarianism, State Sovereignty and Authoritarian Regime Maintenance in the Syrian War”, Political Science Quarterly, Vol.133, Issue 2, 225-257; Jusoor for Studies (2018), War Economy in Syria, Funding and inter-trade relations between the conflicting forces in Syria, http://www.jusoor.co/details/War%20Economy%20in%20Syria/457/en.
  66. Hamidi, Ibrahim (2016), “’The Walls of Fear’ Return, Armed, to Damascus”, 14 November, in The Syrian Observer, https://syrianobserver.com/EN/features/24873/the_walls_fear_return_armed_damascus.html.
  67. Shahdawi, Yazan (2018), “Hamâ: Talâl al-Daqâq min za’îm milîshîyâ îlâ “rajul al-â’mâl”, al-Modon, 19 August, https://www.almodon.com/arabworld/2018/8/19/.
  68. Todman, Will (2016), “Sieges in Syria: Profiteering from Misery”, Middle East Institute,        https://www.mei.edu/sites/default/files/publications/PF14_Todman_sieges_web.pdf,  pp. 4-8.
  69. Lund, Arun (2016), Into the Tunnels, The Century Foundation, https://tcf.org/content/report/into-the- tunnels ; Sadaki, Youssef (2016), “The Siege Economy of Eastern Ghouta”, Atlantic Council,       http://www.atlanticcouncil.org/blogs/syriasource/the-siege-economy-of-eastern-ghouta
  70. Tokmajyan, Armenak (2016), “The War Economy in Northern Syria”, The Aleppo Project,       https://www.thealeppoproject.com/wp-content/uploads/2016/12/War-Economy.pdf, p.3.
  71. Sada al-Sham (2018), “’Unofficial’ Cooperation Between Regime and Opposition at Commercial Crossings”,12 March, in The Syrian Observer https://syrianobserver.com/EN/features/20989/unofficial_cooperation_between_regime_opposition_comm html.
  72. 69 SCPR (2015), op. cit. p. 29.
  73. Salam, Tamam (2016), “al-îhtikâr yûllad sirâ’ân ‘ala nahesh al-lahem al-sûrî”, 29 August, al-Arabi al Jedid,https://www.alaraby.co.uk/supplementeconomy/2016/8/28/.
  74. Il Decreto 66 è entrato in vigore nel settembre 2012 e permette al governo di “ridisegnare aree di abitazioni illegali o non autorizzate” per rimpiazzarle con progetti immobiliari “moderni” con servizi di qualità (Ajib Nadi (2017), “Mashrû’ tanzîm 66 khalf al-râzî.. tajruba râ`ida ‘ala tarîq îâda alî’mâr – fîdîû”, SANA, https://www.sana.sy/?p=683277). Le due aree di Damasco si trovano nella periferia meridionale: la prima, dove il progetto è già partito, include Mazzeh, area residenziale vicina al palazzo presidenziale, e Kafr L’area del secondo progetto include Mazzeh, Kafr Sousseh, Qanawat, Basateen, Daraya, and Qadam (Cham Press 2012, “Marsoum 66”, http://www.champress.net/index.php?q=ar/Article/view/7769%8A).
  75. Questo progetto di rinnovamento urbano è designato a sostituire le aree abitate informali di Mezzeh, dietro Razi, Dahadil, Nahr Aicheh, Louan e
  76. Rollins, (2017), “Decree 66: The blueprint for al-Assad’s reconstruction of Syria?”, IRIN News, 20 April, https://www.irinnews.org/investigations/2017/04/20/decree-66-blueprint-al-assad%E2%80%99s- reconstructionsyria.
  77. Mroue, Bassem (2018), “Syria starts rebuilding even as more destruction wreaked”, ABC News, http://abcnews.go.com/International/wireStory/syria-starts-rebuilding-destruction-wreaked-
  78. 53354953
  79. MsSyriano (2010), “Helm Homs – al-mashârî’ al-mustaqbalîya fî madîna homs al-sûrîya”, Youtube https://www.youtube.com/watch?v=Vxof2Ln_y30
  80. In seguito ad alcune critiche sulla scena politica internazionale la legge 10 è stata leggermente modificata dai deputati in parlamento a novembre 2018 con il successivo decreto n.42 ma senza modificarne le principali caratteristiche. Il tempo concesso ai proprietari per rivendicare i loro diritti naturali non registrati nel registro immobiliare sono stati estesi, per esempio, ad un anno da un mese come previsto in precedenza(Al-Souria Net 2018, “Parliament Amends Law No.10, Syrian Observer, http://syrianobserver.com/EN/News/35031/Parliament_Amends_Law_No/).
  81. Saleh (al-), Mahmoud (2018), “Surûr: 3500 manzil fî al-tadâmun sâlihat lil-sakan”, Al-Watan Online, 12 november,http://www.alwatanonline.com/p=90933&fbclid=IwAR39tmKPDGIS2Kinj6DN6LJtZbigRgrFaFQw SHTGwpPw-WSrmtHyj_Cy9LI; Watan (al-) online (2018), “Tâlabû bi-îlghâ’ihi wa tashkîl lajnat taqîîm jadîdatta’mal bi-“nazâhat”, 10 November, http://alwatan.sy/archives/168168.
  82. Sabbagh, Hazem (2016), “President al-Assad issues law on public-private partnership”, SANA, 16 April, https://sana.sy/en/?p=66150
  83. The World Bank (2011), op. cit., pp. 22-24.
  84. Hanieh, Adam (2018), Money, Markets, and The Gulf Cooperation Council and the Political Economy of the Contemporary Middle East, Cambridge University Press, Cambridge, UK, pp. 202-217.
  85. Frieh (al-) (2018), “Khamis: Large infrastructure projects offered for partnership”, SANA, 10 September, https://www.sana.sy/en/?p=146712.
  86. The Syria Report (2016), “Syrian Regime Seeking to Recycle Millions of Tons of Rubble”, 30 June, http://www.syria-report.com/news/real-estate-construction/syrian-regime-seeking-recycle-millions-
  87. tons-rubble.
  88. SANA (2016), “Bi-râsmâl 60 milîyâr lîrat muhâfazat dimashq tatluq sharikat dimashq al-shâm al-qâbidat almusâhamat al-mughfilat al-îdârat wa îstithmâr âmlâkihâ fî mintaqat mashru’ tanzîm 66”, 17 December, https://www.sana.sy/?p=481994.
  89. 84 Hanieh (2018), op. cit., p. 201.
  90. Kattan, Rashad (2014), “Syria’s business community decides”, Risk https://www.riskadvisory.com/news/syrias-business-community-decides/
  91. Mahmoud (al-) (2015), op.
  92. Abboud, Samer (2013), “Syria’s Business Elite Between Political Alignment and Hedging Their Bets”,Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) Comment, 6.
  93. Yazigi, Jihad (2016), “No Going Back: why decentralisation is the future for Syria”, European Council on Foreign Relations, https://www.ecfr.eu/page/-/ECFR185_-_NO_GOING_BACK_-
  94. _WHY_DECENTRALISATION_IS_THE_FUTURE_FOR_SYRIA.pdf, p. 4.
  95. Sabbagh (2016), op.
  96. The Syria Report (2018), “Syrian Investors Create New Lobby Group”, 6 November, http://www.syriareport.com/news/economy/syrian-investors-create-new-lobby-group.
  97. Hauer, Neil (2017), “To the Victors, the Ruins: the Challenges of Russia’s Reconstruction in Syria,” Open Democracy, 18 August, https://www.opendemocracy.net/od-russia/neil-hauer/to-victors-ruins-challenges- ofrussia-s-reconstruction-in-syria.
  98. The Syria Report (2018), “Company Filings Confirm Improved Business Activity in 2017”, 6 March, http://www.syria-report.com/news/economy/company-filings-confirm-improved-business-activity-
  99. 2017.
  100. The Syria Report (2017), “Syrian Banks Unable to Finance Reconstruction”, 21 July, http://www.syriareport.com/news/finance/syrian-banks-unable-finance-reconstruction.
  101. Daragahi, Borzou (2018), “Iran Wants to Stay in Syria Forever”, Foreign Policy, https://foreignpolicy.com/2018/06/01/iran-wants-to-stay-in-syria-forever/.
  102. Jazeera (al-) (2017), “Iran signs deal to repair Syria’s power grid”, 12 September, https://www.aljazeera.com/news/2017/09/iran-signs-deal-repair-syria-power-grid-
  103. 170912162708749.html; SANA (2018), “Syria, Iran sign MoU on electricity cooperation”, 12 September, https://www.sana.sy/en/?p=113707.
  104. See the debate in the literature regarding foreign funding: Heller, Sam (2017), “Don’t Fund Syria’s Reconstruction”, Foreign Affairs, https://www.foreignaffairs.com/articles/syria/2017-10-04/dont-fund-See the debate in the literature regarding foreign funding: Heller, Sam (2017), “Don’t Fund Syria’s Reconstruction”, Foreign Affairs, https://www.foreignaffairs.com/articles/syria/2017-10-04/dont-fund- Heydemann Steven (2017), “Syria Reconstruction and the Illusion of Leverage”, AtlanticCouncil, http://www.atlanticcouncil.org/blogs/syriasource/syria-reconstruction-and-the-illusion-of-leverage; Yazigi, Jihad (2017), “Destruct to Reconstruct, How the Syrian Regime Capitalises on Property Destruction and Land Legislation”, Friedrich Ebert Stiftung, http://library.fes.de/pdf-files/iez/13562.pdf; Delen, Broederlijk and Flanders Pax Christi, (2018), “Reconstruction Calling? Towards a different EU role in rebuilding Syria”,11.11.11, https://www.11.be/item/syria-reconstruction-calling.
  105. Con l’eccezione dell’Oman, le monarchie del Golfo avevano chiuso le loro rappresentannze in Siria pochi mesi dopo lo scoppio delle rivolte della metaà marzo
  106. Gli Emirati arabi uniti in particolare stanno cercando di normalizzare le proprie relazioni con il regime siriano negoziando la riapertura dell’ambasciata in Siria e il ritorno del loro ambasciatore a Damasco,
  107. 100Il principe della corona saudita Mohammad Bin Salman ha dichiarato in un’intervista nel marzo 2018 che Bashar al-Assad sarebbe rimasto ma che sperava non sarebbe diventato un “pupazzo” di Tehran (Hennigan,
  108. W.J. (2018), “Saudi Crown Prince Says U.S. Troops Should Stay in Syria”, Time, http://time.com/5222746/saudi-crown-prince-donaldtrump-syria/,
  109. 101L’U.N. refugee agency, UNHCR, ha sostenuto dal 2017 che non esistono ancora condizioni di sicurezza per il ritorno dei rifugiati.
  110. 102Norwegian Refugee Council (2018), “ Le agenzie umanitarie mettono in guardia che centinaia di migliaia di siriani rischiano di essere forzati a ritornare nel 2018, malgrado continuino le violenze,”, https://www.nrc.no/news/2018/february/hundreds-of-thousandsof-syrians-risk-being-pushed-to-return- in-2018-despite-ongoing-violence-warn-aid-agencies.

 

 

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