Cospirazione “Pipelineistan”: la guerra in Siria non ha mai riguardato il gas

Di Paul Cochrane per Middle East Eye

tradotto da Francesco Petronella

Le teorie relative ai gasdotti non corrispondono alla reale modalità con cui l’energia viene trasportata attraverso il Medio Oriente nel 21 ° secolo.

Dopo che sei anni di conflitto [sette ndt] hanno ucciso almeno 500.000 persone, è ancora diffusa l’opinione secondo cui lo spargimento di sangue in Siria sia semplicemente l’ennesima guerra per le risorse energetiche del Medio Oriente.

Lo spargimento di sangue, sostiene la teoria, altro non è che una guerra per procura a causa della proposta di costruire due gasdotti che avrebbero attraversato il Paese verso la Turchia e l’Europa.

Nonostante nessuno dei due gasdotti sia mai andato oltre la fase progettuale, ammesso che fossero realizzabili, questo non ha smorzato la teoria secondo cui questo elemento rappresenta una delle ragioni principali del conflitto in Siria.

A Syrian man tries to refine crude oil in the Al Raqqa countryside in April 2013 (AFP)
Un siriano cerca di raffinare greggio nella campagna di Raqqa ad aprile del 2013 (AFP)

Il primo gasdotto è sostenuto, presumibilmente, dagli Stati Uniti e corre dal Qatar attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania verso la Siria. Il secondo, invece, è un gasdotto sostenuto, in teoria, dalla Russia che viaggia dall’Iran, attraverso l’Iraq, fino alla Siria.

Sembra che nel 2009 il presidente siriano Bashar al-Assad abbia respinto il gasdotto proposto dal  Qatar, su richiesta di Mosca, per garantire che la dipendenza europea dal gas russo non venisse compromessa.

Di conseguenza, sostengono alcuni commentatori, gli Stati Uniti e gli alleati europei e del Golfo, incluso il Qatar, decisero di orchestrare una ribellione contro Assad per assicurasi che i loro progetti energetici, piuttosto che quelli iraniani, andassero in porto. La Russia, dal canto suo, decise di sostenere la Siria per far sì che i propri interessi energetici prevalessero. Quanto all’Iran, anche la Repubblica Islamica è alleata del regime di Damasco.

Queste affermazioni sono state propugnate in diversi ambienti: al-Jazeera, emittente con sede in Qatar, lanciò per la prima volta il concetto di “guerra del Pipelineistan” nel 2012.

Anche la rivista dell’establishment statunitense Foreign Affairs e il quotidiano britannico The Guardian ripresero questa teoria, che guadagnò ulteriore trazione nel 2016 grazie a un articolo di Robert Kennedy Jr, oltre ad essere brandita, tra gli altri, da Jill Stein del Partito Verde americano ed ex candidata alla presidenza degli Stati Uniti.

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L’idea fu rilanciata dopo il bombardamento americano in Siria di aprile (2017 ndt). Questo avvenimento, si diceva,  altro non era se non una “prova” del desiderio di Washington di estromettere Assad e di mettere l’Europa nelle condizioni di diversificare la propria dipendenza energetica, allontanandola dal gas russo.

Mentre gli Stati Uniti lavoravano segretamente con gli alleati del Golfo contro il regime di Assad, il controllo delle risorse energetiche e delle reti di gasdotti della Siria non era una preoccupazione primaria. Se fosse stato il contrario, il cambio di regime avrebbe avuto una priorità molto bassa.

Come mai?

Innanzitutto, la cronologia è sbagliata. L’azione segreta contro la Siria iniziò sotto l’amministrazione di George W. Bush, nel 2005, e quindi ben prima della presunta offerta del Qatar a Damasco nel 2009.

“Possiamo osservare l’operato degli Stati Uniti contro il regime siriano ben prima che la nozione di questo gasdotto vedesse la luce”, osserva Justin Dargin, studioso di energia dell’Università di Oxford.

Le ipotesi relative ai gasdotti non tengono conto della reale modalità con cui l’energia viene trasportata attraverso il Medio Oriente e degli ostacoli incontrati dalle proposte dei gasdotti, molte delle quali non riescono a realizzarsi. Persino l’Arab Gas Pipeline, la cui seconda fase è stata attivata nel 2005, si è impantanata per diversi problemi problemi.

Robin Yassin-Kassab, autore di Burning Country: Syrians in Revolution and War, asserisce che la teoria del “Pipelineistan” ignora anche il modo in cui il conflitto è iniziato, specialmente i primi mesi della rivoluzione.

“Come tutte le teorie della cospirazione – afferma Yassin-Kassab – prospera sull’assenza di contenuti e sulla mancata conoscenza del Paese”.

1. Domanda interna

Nel 2009, la Siria annunciò una manovra che, a quel tempo, attirò ben poca attenzione oltre i suoi confini . Definita “Strategia dei quattro mari”,  l’iniziativa puntava a trasformare il Paese in un hub di transito per il gas tra il Golfo, il Mar Nero, il Caucaso e il Mediterraneo, espandendo i 6.300 chilometri di gasdotti e oleodotti che attraversavano il Paese e sfruttando il gasdotto Euro-Arabo Mashreq (AGP).

L’AGP non è un elemento ricorrente nella narrativa del “Pipelineistan”, ma è utile a far luce sui problemi che si presentano quando si tratta di costruire gasdotti nella regione.

Rimasta in fase progettuale per quasi 20 anni, la costruzione dell’AGP iniziò nel 2003. Con un costo previsto di 1,2 miliardi di dollari, il gasdotto doveva percorrere 1.200 km dall’Egitto alla Siria, attraverso la Giordania, prima di raggiungere la Turchia, dove si doveva congiungere con il gasdotto Nabucco, progettato per esportare il gas in Europa.

Le conseguenze di un attacco al gasdotto nel Sinai settentrionale nel febbraio 2011 (AFP)

Un elemento chiave del piano AGP era che l’Egitto avrebbe pompato gas verso la Siria e la Giordania. La Siria avrebbe usato il gas egiziano per poi rifornire il gasdotto dai propri giacimenti settentrionali, prima che fosse inviato a nord.

Quando scoppiò la guerra in Siria nel 2011, l’ultima tappa dell’AGP – il tratto che va da Aleppo alla città turca di Kilis  – era ancora in costruzione e, da allora, non è stata mai completata. Tuttavia i problemi con il gasdotto, che costava 1,5 milioni di dollari per chilometro, erano iniziati ben prima che deflagrasse il conflitto.

Jim Deacons è un consulente energetico scozzese che ha lavorato nel progetto dell’AGP in Siria, in particolare alla progettazione della fase finale del gasdotto.

“Quando ho lasciato Damasco nel 2010 non c’era abbastanza gas rifornito tramite la Giordania  – racconta Deacons – Gli egiziani erano in un certo senso ‘intrappolati dal gas’: non avevano abbastanza gas da esportare, nonostante i contratti firmati a destra e a manca, e quindi non potevano soddisfare i loro obblighi”.

Senza abbastanza gas da esportare, l’AGP divenne un gigante dai piedi di argilla. “In effetti, l’intero progetto puntava all’esportazione di gas dall’Egitto verso l’Europa – afferma Deacons – ma in realtà non ce ne sarebbe mai stato abbastanza per essere ragionevolmente utile.”

Gli stessi problemi che hanno afflitto l’AGP, tra cui la mancanza di gas, si applicherebbero anche a qualsiasi gasdotto iraniano pianificato verso la Siria.

“L’Iran ha cercato per molto tempo di sviluppare il suo giacimento nel Fars meridionale [Golfo Persico] ” – spiega Dargin – ma ci sono grossi ostacoli, non da ultimo in Iran, dove ci sono teorie in competizione su quali piani di sviluppo dovrebbero avere priorità. Una di queste idee è che il gas possa essere usato solo livello nazionale, dal momento che l’Iran ha un bel po’ di problemi nel soddisfare la domanda interna”.

In effetti, l’Iran non poteva soddisfare le proprie necessità di gas ancor prima che un accordo con Damasco nel 2011 fosse ipotizzabile.

“Il punto è che mentre in Siria si parlava chiaramente di gas dall’Iran, Teheran stava importando gas dall’Azerbaijan durante i mesi invernali” chiarisce Deacons.

“Questo fa letteralmente esplodere la teoria di una “presa di gas” [ dall’Iran ndt]: che Teheran avrebbe fornito gas alla Siria era un’assurdità totale e all’epoca lo dissi anche al ministro [dell’energia] siriano”.

2. Il pezzo mancante del puzzle

Il successo dell’ AGP, oltre che dalla Siria, dipendeva anche da Nabucco, un’altra proposta di gasdotto destinata a diversificare le importazioni di gas in Europa.

Questa idea, lanciata da un consorzio di compagnie energetiche europee e turche nel 2002, sarebbe costata più di 10 miliardi di dollari. Il progetto avrebbe convogliato 31 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno attraverso circa 3.000 km dall’Asia centrale, attraverso la Turchia fino a Baumgarten, in Austria. Ma nel 2009 Nabucco non era ancora partito, e i costi di costruzione previsti aumentarono di oltre  25 miliardi di dollari.

Il progetto Turkstream è stato annullato dopo che la Turchia ha colpito un jet da combattimento russo Su-24, nella foto sopra (AA)

Otto anni dopo [nove ndt], il Nabucco non ha ancora fatto progressi a causa dei costi esorbitanti e della politica in gioco. Dargin sostiene che “Alle conferenze sull’energia, si parla ancora di Nabucco, ma è una dinamica tipo ‘Dov’è Waldo?’ Fenomenale! “.

“Dov’è Waldo?” illustrazione per bambini con lo scopo di trovare un personaggio chiamato, appunto, Waldo

Il gasdotto Nabucco sarebbe essenziale per entrambi i gasdotti contendenti, poiché avrebbero bisogno di di appoggiarsi ad esso per far sì che il gas raggiunga l’Europa.

Inoltre, la Russia era decisa a sabotare il progetto Nabucco nel 2007, annunciando il suo progetto di gasdotto South Stream, che avrebbe tagliato fuori la Turchia attraversando il Mar Nero e la Bulgaria verso l’Europa.

Questo progetto è stato annullato nel 2014 a causa di problemi politici con l’Unione Europea.

Poi, sempre nel 2014, Mosca lanciò il progetto Turkstream, che doveva attraversare ancora una volta il Mar Nero ma passando attraverso la zona europea della Turchia. Il progetto finì per naufragare dopo che un jet da combattimento russo venne abbattuto dalla Turchia nel novembre 2015.

Sebbene entrambi i progetti siano tornati sul tavolo delle trattative, in particolare il Turkstream, nessuno dei due potrebbe trasportare il gas iraniano o del Qatar in tutta la Turchia.

3. Nessuna offerta del Qatar a Damasco

La narrativa del “Pipelineistan”, dal 2013 in poi, racconta anche che Damasco ha respinto una presunta offerta del Qatar nel 2009 per la costruzione di un gasdotto. Questa parte della storia è incentrata su dichiarazioni di diplomatici anonimi citati in un articolo del 2013 di AFP circa un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il saudita Bandar bin Sultan.

L’Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani e la First Lady Sheikha Mozah bint Nasser al-Misned danno il benvenuto al presidente siriano Bashar al-Assad e sua moglie Asma all’aeroporto di Doha nel gennaio 2010 (AFP)

Il rapporto dice che “nel 2009 Assad rifiutò di firmare un accordo con il Qatar per un gasdotto via terra che dal Golfo doveva arrivare in Europa attraverso la Siria, al fine di proteggere gli interessi del suo alleato russo, principale fornitore europeo di gas naturale”.

Ma Dargin afferma che: “Non ci sono fonti credibili che dimostrino che il Qatar si sia avvicinato alla Siria nel 2009 e che sia stato respinto nelle trattative: non sto dicendo che sicuramente ciò non sia avvenuto, ma che piuttosto non ci sono prove a supporto di questa affermazione”.

Anche esperti siriani appoggiano la confutazione di Dargin, evidenziando i crescenti legami economici e politici tra Doha e Damasco.

“L’assurdità è che i rapporti tra il regime di Assad e il Qatar sono stati eccellenti fino all’estate del 2011 – osserva Yassin-Kassab – Assad, sua moglie e la coppia reale del Qatar sono stati anche fotografati insieme come buoni amici”.

Anche se Assad ha  ripetutamente criticato il Qatar dalla fine del 2011 in poi per aver sostenuto “i terroristi”, non ha mai dichiarato pubblicamente che il supporto del Qatar per i ribelli riguardava un futuro gasdotto.

“Un aspetto importante di cui non si parla è che il governo siriano non ha mai detto che il Qatar sta combattendo per un gasdotto – osserva Jihad Yazigi, redattore del sito web di economia Syria Report – il fatto  che Assad non ne abbia mai parlato è assai indicativo”.

4. La connessione Mosca-Teheran

Poi c’è l’altra parte del puzzle del “Pipelineistan”: il gasdotto Iran-Siria, noto anche come il gasdotto islamico.

Yazigi spiega: “Il gasdotto islamico è stato discusso per anni: c’erano dei memorandum di intesa precontrattuali, ma fino a luglio 2011 non vi era alcuna firma ufficiale [tra Siria e Iran]. Non si può sostenere che questo sia un serio motivo per distruggere l’intero paese “.

Inoltre, pur essendo un ottimo espediente politico, il progetto ignorava completamente le realtà economiche ed energetiche. In primo luogo, si stima che il progetto costasse 10 miliardi di dollari, ma non era chiaro chi avrebbe pagato il conto, in particolare perché Teheran era – e lo è ancora – sotto le sanzioni statunitensi e internazionali, così come la Siria  dal 2011.

In secundis, l’Iran non ha le capacità per esportare quantità significative di gas. Le sanzioni, infatti, implicano che non può accedere alla tecnologia avanzata degli Stati Uniti che gli permetterebbe di sfruttare il gas proveniente dal Fars meridionale, al confine col Qatar.

L’ipotesi che la Russia abbia costretto Damasco a porre il veto su un gasdotto del Qatar a favore di un Iraniano ignora anche un’altra realtà, ossia che Mosca e Teheran sono potenziali rivali nel campo dell’energia.

“La sfida per l’accesso al gas nella regione non è tra il Qatar e l’Iran, ma tra la Russia e l’Iran” dice Yazigi.

“Quelli che detengono la maggior quota del mercato di gas europeo, e vogliono tenersela stretta, sono proprio i russi. E sono loro a temere gli iraniani”.

Nonostante si discuta ancora su come le “guerre dei gasdotti” permetterebbero all’Europa di diversificare il proprio approvvigionamento energetico diventando indipendente da Mosca, le esportazioni di gas russo verso il vecchio continente hanno raggiunto il livello record a gennaio 2017.

A dicembre 2016, il commerciante di materie prime Glencore e la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano dell’Emirato, hanno acquisito una partecipazione del 19,5% in Rosneft, la compagnia petrolifera statale russa, per 11 miliardi di dollari. Risultato: il Qatar, in questo modo, ha ottenuto un accesso più facile al mercato europeo di qualsiasi gasdotto che la Siria abbia mai potuto offrire.

5. La politica rende il piano un miraggio

Il presunto gasdotto iraniano dovrebbe attraversare l’Iraq. A parte i problemi legati alla costruzione di infrastrutture in una zona di conflitto, i piani per convogliare il gas a poca distanza dall’Iraq verso la Siria non erano fattibili nemmeno nel 2009.

Deacons sostiene che gli iracheni erano osservatori del progetto AGP e che lui stesso aveva discusso la possibilità di portare gas dall’Iraq oltre l’Eufrate con l’ambasciatore dell’UE in Iraq.

La città industriale di Ras Laffan, fotografata qui nell’ottobre del 2007,(AFP )

“Ma tutto si è impantanato nella politica – chiarisce Deacons – le infrastrutture irachene erano così mal gestite e distrutte che avrebbero dovuto ricostruirle, non semplicemente sistemarle”.

“Sono stati necessari enormi investimenti infrastrutturali prima ancora di introdurre i gasdotti”.

Allo stesso modo, la politica avrebbe un impatto anche sui piani del Qatar.  Infatti “un simile gasdotto” spiega Dargin “avrebbe dovuto attraversare il territorio saudita. Il ché, forse, sarebbe stato un ostacolo ancora più grande della Siria, considerato che Riad ha bloccato e ostacolato numerose proposte di gasdotti regionali”.

Infatti, l’ostruzionismo saudita ha indotto i pianificatori,  a metà degli anni 2000, a ridisegnare le rotte per il gasdotto Dolphin, che convoglia gas dal Qatar agli Emirati Arabi Uniti. Tutti e tre sono membri del Consiglio di cooperazione del Golfo.

“L’Arabia Saudita ha posto numerosi ostacoli nel passaggio sottomarino del gasdotto Dolphin, che avrebbe attraversato i suoi confini marittimi – afferma Dargin – L’opposizione saudita è stata la ragione principale per cui non si vede un gasdotto del Qatar in Bahrein o in Kuwait”.

In effetti, l’opposizione saudita ai gasdotti del Qatar è stata così forte che Doha ha spostato la sua strategia dai gasdotti a secco al gas naturale liquefatto (GNL). *

Come risultato, Doha è diventata il primo esportatore di gas liquefatto al mondo negli ultimi 15 anni. Ha investito più di 11 miliardi di dollari su una flotta mercantile per il trasporto di GNL, che è indipendente dalle infrastrutture e dai gasdotti, e adesso può portare gas liquefatto ovunque. I mercati in più rapida crescita sono in Asia, in particolare Giappone, Cina, Corea del Sud e India.

Il GNL è anche un’opzione più competitiva rispetto al convogliamento di gas secco verso l’Europa, dove la domanda di gas è piatta e le previsioni sono in calo rispetto all’Asia e al Medio Oriente stesso.

Naser Tamimi, un esperto indipendente sull’energia del Qatar, sostiene che : “Con l’infrastruttura esistente, il Qatar non ha abbastanza gas da vendere all’Europa attraverso un gasdotto, poiché la maggior parte dei contratti è attualmente in Asia, ed è a lungo termine, mentre la domanda in Qatar è in aumento “.

“Un gasdotto deve essere economicamente giustificabile, oltre che assicurarsi una domanda a lungo termine da parte degli acquirenti per recuperare i costi di costruzione”.

“Manutenere il gasdotto e pagare le tasse di transito ai paesi ospitanti, nello scenario più ottimistico, costerebbe tra i 7 e i 9 miliardi di dollari per unità termica britannica (BTU) per raggiungere l’Europa. Il GNL, più economico, nella più costosa delle ipotesi, arriva a costare tra i  5 e i 5,50 miliardi di dollari per BTU. ”

Tali fattori concorrono a rendere impossibili sia le suggestioni sul Qatar che quelle sull’Iran.

Come spiega Tamimi: “Se la Siria e l’Iraq si stabilizzassero, e le relazioni politiche con l’Arabia Saudita e l’Iraq migliorassero … dopotutto,  si potrebbe pensare a un gasdotto”.

“Ma alla fine è un sogno irrealizzabile.”

* NB: L’articolo è stato redatto prima che Arabia Saudita e alleati indicessero il cosidetto “Qatar Ban”, un blocco commerciale contro l’emirato qatariota che allo stato attuale renderebbe ancora più inverosimile la collaborazione tra Riad e Doha per la realizzazione di un gasdotto.

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