Dal Kurdistan ai centri sociali, passando per Pisapia: la solidarietà a corrente alternata della sinistra italiana

Pubblicato per Il24.it
Di Francesco Petronella

Ha fatto il giro del mondo l’immagine della bandiera turca che sventola dalle sedi istituzionali nella città curda di Afrin, accompagnata dalla bandiera tri-stellata rossa dell’opposizione siriana. Espugnata la città nel nord-est del Paese, sottraendola al controllo di quelli che Ankara considera terroristi curdi del Pkk, i turchi puntano ora su Kobane, il luogo simbolo della rivincita curda contro l’Isis. “Conquistando il centro di Afrin abbiamo compiuto il passo più importante. Continueremo con Manbij, Ayn al-Arab (“Kobane” in lingua araba), Tal Abyad, Rasulayd e Qamishli, fino all’eliminazione totale del corridoio del terrore” ha affermato il presidente turco Erdogan ad Ankara “Abbiamo invitato Baghdad a risolvere il problema” del Pkk curdo, ha aggiunto il cosiddetto sultano, “Se non accadrà, interverremo anche a Sinjar”, nel nord Iraq.

Al di là degli altisonanti slogan della propaganda, l’operazione turca nel nordest siriano segna un punto di rottura nella storia del conflitto, almeno sotto due punti di vista. Da una parte Erdogan ha chiarito in modo nitido  il proprio progetto egemonico territoriale: spezzare definitivamente la continuità territoriale della zona curdo-siriana per mettere fine al sogno di autodeterminazione dei curdi in questa zona. Dall’altra, l’appoggio ottenuto dalle forze dell’opposizione araba in Siria è destinato a rendere ancora più profonda la spaccatura creatasi tra due etnie che, almeno territorialmente, facevano parte dello stesso stato fino a poco tempo fa: gli arabi e i curdi, appunto.

Vista dall’Italia, invece, la caduta di Afrin per mano dei turchi e dei loro alleati regionali, assume diversi significati per chi la osserva, specialmente da determinate angolazioni dello scacchiere politico. La cosiddetta “questione curda” sta molto a cuore ad un mondo di sinistra legato sia a realtà politiche dal basso (centri sociali et similia) ma anche a figure politiche dei partiti. Questa solidarietà appare, in un certo senso, abbastanza selettiva. La Siria, infatti, è dilaniata da ormai 7 anni da una guerra civile, ma i riflettori di determinati ambienti politici sul paese mediorientali si accendono solo a corrente alternata. E’ legittimo domandarsi il perché.

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Iniziamo dalla fine, cioè dagli ultimi drammatici eventi che hanno toccato il cantone curdo di Afrin, nella siria nord-occidentale. Da quando l’operazione “ramoscello di ulivo” ha avuto inizio, manifestazioni di protesta e di solidarietà verso il popolo curdo si sono moltiplicate a macchia d’olio su tutto il territorio italiano, come in tutta Europa. Nella sola Roma, il 17 febbrai scorso, 5000 persone si sono date appuntamento per manifestare contro l’operazione ad Afrin. Numerose le sigle che si sono mobilitate per riempire le piazze di persone, slogan e striscioni, oltre che i social network di comunicati di solidarietà. Ultimo in ordine di tempo, il messaggio di Arci intitolato “Fermare il massacro ad Afrin” in cui si chiede l’istituzione di una no-fly zone per ridurre la violenza nell’area. E’ la prima volta che viene avanzata una richiesta del genere, nonostante i bombardamenti aerei, anche con armi bandite a livello internazionale, stiano sinistrando altre aree della Siria, come la martoriata Ghouta Orientale, da un bel po’ di tempo. In quest’area, controllata dalle milizie islamiste Jaish al-Islam e Faylaq al-Rahman, il regime siriano e l’aviazione russa stanno conducendo attacchi aerei indiscriminati e dall’inizio dell’anno, provocando morti nell’ordine delle migliaia tra la popolazione civile. Ma di no-fly zone, manco a parlarne.

Mettere a paragone i numeri in termine di vite umane è un esercizio sadico è inutile. Però è un fatto è facilmente osservabile: la reazione solidale “internazionalista”, specialmente in una certa sinistra, è stata ben più ampia per Afrin che per Ghouta. Come mai?

“Per due ragioni, una sensata e una no” risponde un attivista per la Siria sentito da il24.it “la prima è che da anni in Italia c’è un movimento contro la politica turca verso i curdi, per l’autodeterminazione e a sostegno del PKK e delle sue ragioni, la seconda è che la sinistra ha bisogno di una causa “facile” nella quale specchiarsi, e i curdi in Siria sembrano simili a noi”. In effetti i curdi, a differenza dell’opposizione siriana (spesso erroneamente identificata come completamente jihadista) sono una realtà che crea immedesimazione ed empatia. “Oltretutto [i curdi] hanno ottimi press agent” spiega l’attivista “e riescono a portare avanti la propria causa come femminista, gay friendly etc. ma omettono l’autoritarismo del Pyd (Pkk in Siria), il suo essere agente di un agenda che viene da fuori e la sua alleanza de facto con Asad”. In effetti, le bandiere e gli striscioni che ritraevano il viso del leader curdo-turco Abdullah Öcalan in aree storicamente a maggioranza araba,  come Raqqa, sono un’immagine ancora viva nella memoria locale. Come pure lo sono le immagini di Öcalan innalzate spalla a spalla con quelle di Assad nella zona di Afrin.
Il carismatico leader e teorico del confederalismo democratico curdo, una dottrina affascinante per la sinistra radicale italiana ed europea, è una vecchia conoscenza della sinistra italiana. Quando era ricercato dalle autorità turche per il suo attivismo politico, con l’accusa di terrorismo,  Öcalan giunse a Roma il 12 novembre 1998 accompagnato da Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione Comunista. Il leader del PKK si consegnò alla polizia italiana, sperando di ottenere in qualche giorno asilo politico, ma fu costretto a riparare in Kenya dove fu poi catturato dai servizi segreti di Ankara. Il “caso Öcalan” fu oggetto di critiche all’allora governo D’Alema, espostosi fin troppo in una materia scivolosa come la giurisdizione internazionale. A perorare la causa del leader curdo, tra gli altri, c’era anche un giovane Giuliano Pisapia.
Insomma, la causa curda e le immagini efficaci che propone fanno breccia, da tempo ormai, in un certo mondo di sinistra in Italia e non solo. Derubricare le altre forme di opposizione in Siria a “jihadisti” tout court, facendo passare solo i curdi come portatori di istanze laiche e democratiche, è una semplificazione abbastanza palese, oltre che disonesta. Se poi supportare i curdi vuol dire ignorare i crimini che compie il regime, o addirittura supportarlo, beh allora è proprio una solidarietà a corrente alternata.
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